RIFUGIO (di Chiara Alivernini)

INDICE

  • CAPITOLO 1
  • CAPITOLO 2
  • CAPITOLO 3
  • CAPITOLO 4
  • PREFAZIONE

    Credo che tutti, nella vita, troviamo rifugio in qualcosa. Io, sin da piccola, l’ho sempre trovato nei libri. Leggendo scoprivo nuovi mondi, e lì mi rifugiavo quando quello reale, quello “vero” mi faceva male.
    Certo, se a 11 anni avessi anche io incontrato –chessò- un bizzarro vecchietto dalla barba argentata di nome Silente che mi avesse detto: “Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e
    dimenticarsi di vivere”… chissà, magari avrei fatto amicizia più facilmente con gli altri bambini, piuttosto che con la carta stampata. Anche se, in quel caso, i miei compagni di classe non sarebbero stati Babbani ma streghe e maghi (come me) e sarebbero stati di gran lunga più interessanti di quelli che mi spintonavano per i corridoi di una delle tante scuole del quartiere Appio Latino.
    Fatto sta che da piccola (ma anche da adolescente) io ero –di fatto- una tipa molto solitaria. E nessuno ha mai fatto nessun tipo di resistenza, a riguardo. Anzi, me l’hanno reso piuttosto facile: sono stata spesso messa da parte, qualche volta bullizzata: troppo bassa, troppo poco femminile, troppo nerd.
    Mia madre aveva difficoltà ad ammettere che sua figlia fosse vittima di bullismo, e a me piaceva farle credere che avesse ragione lei. Non era una cattiva mamma. Semplicemente, non era lì quando mi prendevano in giro, o mi spintonavano, o mi buttavano i libri per terra, o mi affibbiavano stupidi soprannomi.
    Non era importante. Avevo il mio rifugio. E nel mio rifugio io ero ciò che volevo: una principessa, un Cavaliere, o entrambi. Sì, perché era permesso anche essere entrambe le cose.

    Dalla passione per la lettura a quella per la scrittura il passo è stato breve. E così cominciai a scrivere… e allora i miei mondi iniziai a crearli. E, crescendo, scoprii che qualche volta quei mondi erano capaci di dare rifugio anche a qualcun altro, oltre che a me… e che io avevo questo –chiamiamolo- “superpotere”. Quello di tracciare una linea immaginaria, oltre la quale la sofferenza smetteva di esistere. Per me e per coloro che decidevano di attraversarla. Ecco… il Rifugio nasce da questo bisogno. È la pentola alla fine ell’arcobaleno. È il mondo di Oz sognato da Dorothy, quello dove volano gli uccellini blu, sulle celebri note di
    “Over the rainbow”. È la porta dipinta di Arcobaleno che attende tutte le persone “diverse” che non si sentono accettate nella quotidianità in cui vivono.
    L’idea della storia che voglio raccontarvi nacque sette anni fa, da un articolo che lessi diversi sulla rivista Donna Moderna:
    https://www.donnamoderna.com/news/societa/le-refuge-francia-accoglienza-ragazzi-gay

    “Mia madre mi chiuse la porta in faccia perché sono lesbica” raccontava una ragazza lesbica. La cosa mi fece riflettere. Anche io ero andata a vivere da sola sin dai miei 18 anni, e non per mia scelta. Mia madre non mi aveva esattamente chiuso la porta in faccia, come era successo a questa giovane donna… il nostro era stato piuttosto un civile armistizio: ci eravamo guardate in faccia e ci eravamo dette che non eravamo in grado di vivere insieme
    senza vomitarci insulti addosso. Io non ero assolutamente in grado di vivere da sola: non ero autosufficiente, non ero in grado di provvedere a me stessa, di prendermi cura di me stessa e non ero nemmeno (ad essere proprio onesta) del tutto stabile mentalmente. Però avevo una casa (cosa rara al giorno d’oggi!), e i miei mi ci spedirono per direttissima, pur sotto la loro diretta supervisione. Imparai a stare da sola, a fare la vita da “single”, da
    studentessa universitaria/ mantenuta / figlia di papà con genitori a distanza (cioè in realtà a cinquecento metri di distanza ma di fatto non presenti), chiedendomi cosa esattamente avessi fatto di male nella vita per essere considerata una “figlia degenere” e “ribelle”… oddio, una cosa l’avevo fatta: ero passata da essere la figlia secchiona dai voti alti ad essere la figlia che voleva fare l’attrice.
    Attrice io, lesbica lei, risultato medesimo: entrambe fuori di casa, e tanti saluti. Per me il rifugio: una casa vuota, senza la possibilità di ospitarci coinquilini o fidanzati, ma con le bollette pagate. Per lei, una casa piena di persone con vissuti simili, con le quali condividere un’esperienza di vita, farsi coraggio, trovare la spinta per ricominciare. Per me, niente famiglia accanto, eccetto i miei amici. Per lei, una nuova famiglia arcobaleno.
    Chi stava meglio… lei o io? E se una come me si fosse finta… lei? Se fossi andata anche io nel Rifugio LGBT… e avessi il suo posto? La sua… identità, magari? Così, da questa fantasia, nacque il seme della mia storia. Dopo anni, ho deciso di farla leggere a Corrado…
    che, generosamente, ha voluto darmi la possibilità di condividerla con voi. Ed io… beh, spero vi piaccia.
    Questo romanzo è una sfida. Ogni capitolo è pensato per essere il racconto di uno dei giovani protagonisti. Un romanzo (come si dice in gergo letterario) “corale”, dunque. Lavorando a stretto contatto con i ragazzi (come insegnante), e in particolar modo
    con gli dolescenti, spero che, vivendoli giorno per giorno, io sia stata almeno in parte in grado di saperli comprendere, capire e dipingere, e di saper riprodurre almeno in parte il loro linguaggio,

    il loro modo di parlare e di pensare, e soprattutto quello di amare. Ho cercato di cogliere le loro sfumature e di portarle su carta (magari romanzandole un po’) nei miei personaggi.
    Ringrazio tutti loro per avermi data l’ispirazione. Il sito del premio Annoni di Corrado pubblicherà ogni settimana due capitoli della storia del Rifugio. Spero possiate seguire la mia storia e vogliate inviarmi le vostre impressioni, le vostre critiche e i vostri consigli… ognuna di queste cose sarà bene accetta!

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    CAPITOLO 1

    Rifugio
    Tutti abbiamo una nostra identità e siamo tutti differenti l’uno dall’altro.
Oggi è morto un ragazzo a Milano; i giornali dicevano “suicidio” e ancora “oggetto di
molestie da parte di alcuni bulli”. In realtà… questa non è che la superficie della
verità. Perché nessuno racconta che quel ragazzo è stato preso di mira per il proprio
modo di essere, perché voleva esprimere la propria identità. Ecco, oggi il mio
pensiero si rivolge a lui, e al transessuale trovato massacrato vicino alla stazione
Termini di Roma qualche giorno fa, e alla 20enne picchiata dai genitori perché
lesbica a Pesaro.
E poi, a furia di pensare, il mio pensiero viaggia oltre, più distante, e arriva a Lucas,
ragazzino di 13 anni che si è tolto la vita, suicidandosi nel suo paese, Golbey, in
Francia; o ancora a Melania Geyamont e alla fidanzata Chris, picchiate a sangue da
un gruppo di ragazzi perché avevano rifiutato di baciarsi davanti a loro.
Il mio pensiero oggi va a tutti loro e a tanti altri che, trincerati dentro al proprio
silenzio, ogni giorno cercano di andare avanti, che hanno paura di mostrarsi, e
preferiscono indossare la maschera che la società vuole fargli indossare, perché si
credono… sbagliati. E io… beh, anche io ero un* di loro.

    Dicono che per raccontare bene una storia bisogna cominciare dall’inizio. Ebbene, il primo ricordo che ho di me da bambino è quando guardavo i vecchi film assieme alla nonna, sul divano. Il Mago di Oz era uno dei miei preferiti.
    Judy Garland cantava : Somewhere over the rainbow. Sono sicuro che tutti conoscano questa canzone, o che l’abbiano ascoltata almeno una volta. Ma sono altrettanto certo che non tutti ne comprendano il vero significato…
    Il testo dice più o meno così: Da qualche parte sopra l’arcobaleno, proprio lassù, ci sono i sogni che hai fatto una volta nel tempo di una ninna nanna…da qualche parte sopra l’arcobaleno volano uccelli blu e i sogni che hai fatto diventano davvero realtà.
    Nella storia Dorothy fuggiva da casa sua, un mondo triste in bianco e nero, per tuffarsi nella realtà di una terra di fantasia, Oz, popolata da spaventapasseri e leoni parlanti, da streghe e da fate.
    Ora, come forse saprete, Fata in inglese si dice “Fairy”; eppure non tutti sanno che questa stessa parola è stata usata, nello slang americano, per definire un ragazzo gay. Nel tempo ho scoperto che sono tantissime le definizioni con cui venivano e vengono definiti persino coloro che sono ancora in cerca… di una definizione. Io stesso non sapevo bene chi ero, o chi volessi essere, quando arrivai a Padova, un anno fa. Non sapevo bene perché fossi lì o quando me ne sarei andato. L’unica cosa che avevo, era un biglietto con su scritto un indirizzo, che mi aveva guidato fino a quella porta color arcobaleno.
    Oh, accidenti, sto di nuovo perdendo il filo del discorso… allora… incominciamo da capo: Salve a tutti. Mi chiamo Francesco, e vengo dalla Puglia. Oggi sono qui per raccontare una storia. Sì, perché il mio insegnante di regia ripete sempre che si devono girare i film soltanto quando si ha una storia da raccontare. Ecco, io credo di averne una. E la mia storia inizia qui…

    Avevo 17 anni, ed ero venuto a Padova per la prima volta: il mio sogno era quello di diventare, un giorno, un regista di cinema. Un sogno che non avrei mai potuto realizzare, se fossi rimasto nello sperduto paesino della Puglia in cui ero nato.
    Così una mattina infilai nello zaino lo stretto indispensabile, presi la mia Panasonic e salii sul primo pullman per Foggia. Da lì sarei potuto andare in qualsiasi città. Così alla stazione alzai gli occhi sul tabellone dei treni in partenza e lessi “Padova” e pensai: perché no?
    In effetti, non avevo pensato… semplicemente comprai un biglietto e… partii. Avevo lasciato due righe ai miei genitori, dicendogli che avevo ottenuto una borsa di studio a Padova… il che non era assolutamente vero.

    Sceso alla stazione, mi sentii sperduto, mi guardavo intorno e tutti quei visi estranei mi pareva guardassero proprio me… e che mi giudicassero. Camminai e camminai…non so per quanto. Non sapevo nemmeno dove andare. Poi mi si avvicinò un ragazzo, un punkettone che vestiva jeans strappati e una maglietta di Che Guevara, che mi mise in mano il volantino di un qualche locale. Non sapendo cosa fare (mi era anche venuta fame!) decisi di impostare quella destinazione sul navigatore del mio cellulare… del resto, non avevo in mente un altro posto dove recarmi. In effetti, ero partito senza un piano preciso.
    Ma, mentre camminavo per le vie di Padova, in cerca di quel locale (che non trovai mai) mi imbattei in un posto. È strana questa cosa, un po’ come su quel libro di Harry Potter, quando appare la stanza nel preciso momento in cui ne hai bisogno… ecco, a me apparve… quella porta color arcobaleno. Suonai il campanello e mi aprì una donna paffuta, dall’aria simpatica. Mi disse “buonasera” e poi mi chiese se avessi bisogno di aiuto. Allora, non so perché, ma scoppiai a piangere. Perché solo dopo che quella donna me l’aveva domandato avevo capito di averne bisogno. Lei non si scompose, ma mi diede un fazzoletto, e poi -con l’aria di chi lo aveva fatto già molte altre volte prima- mi fece entrare in una stanza, dove erano seduti in circolo alcuni ragazzi e ragazze. Una donna mi salutò, invitandomi a prendere posto su una delle sedie rimaste vuote. Obbedii, senza dire una parola. Nessuno mi chiese niente.
    Nessuno mi stava fissando. Ero semplicemente lì, tra di loro, e così ascoltai. Ascoltai le loro storie, prima ancora di conoscere i loro nomi. Non ricordo chi parlò per primo, o cosa dissero di preciso, ma seppi fin da subito una cosa: lì, con loro, in quel momento, io mi sentivo per la prima volta a casa.
    Fu allora che capii. Non ero venuto a Padova per caso. Ero venuto a Padova per essere me stesso. Omosessuale.
    Qualche volta mi chiedo cosa sarebbe successo se quella sera avessi trovato una discoteca, anziché la porta arcobaleno.


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    CAPITOLO 2 – GIULIA

    Farfalle
    Ci sono persone che ti fanno sentire chi sei… con cui stai bene, e riesci a ridere, e a scherzare, e ad essere te stessa. E non hai paura che possano farti del male, approfittare di un momento di debolezza per…
    Ma ci sono altre persone. Quelle che ti giudicano, quelle che ti mortificano, che ti fanno dimenticare chi sei a causa di tutte le maschere che pretendono tu indossi ogni giorno per loro. È da quelle persone che bisogna scappare. E da quelle persone io stavo scappando.
    Sono arrivata a Padova un anno fa. Avevo preso la mia chitarra e poco altro, ed ero partita. Cioè, avevo fatto le valigie ed ero arrivata alla stazione.
    Poi, quando era stato il momento di scegliere il treno da prendere, ero entrata in palla… non sapevo cosa fare… ma poi… avevo seguito una farfalla … era così bella, spensierata… e libera. Ho pensato: se salgo sullo stesso treno di quella farfalla, forse anche io ne uscirò di nuovo bella, spensierata… libera. E così salii sullo stesso treno dove era salita lei. Passai il viaggio a guardare il panorama cambiare, mi scorreva davanti, come la pellicola di un vecchio film dai colori sbiaditi, fotogramma dopo fotogramma, insieme ad altre immagini… flash…di quella notte. Soltanto una voce mi fece riscuotere dai miei pensieri:
    “Biglietti, per favore”.
    Merda. Corsi a nascondermi nel bagno del treno, quando era passato il controllore; perché io, il biglietto non ce l’avevo. Rimasi in quel bagno per il resto del viaggio.
    Per ammazzare il tempo avevo fatto un test di gravidanza. Era tipo il decimo che facevo. Speravo ogni volta in una risposta diversa e invece… quel piccolo segno più sorrideva felice sulla casella bianca, come se dicesse “hey, io ci sono! Potevi pensarci prima, non puoi farci niente, ormai, fattene una ragione”.
    “PROSSIMA FERMATA : PADOVA” annunciò in quel momento la voce pre-registrata di Trenitalia. Uscii dal bagno, e quasi andai a sbattere contro l’uomo in divisa: “Mi scusi, è la mia” balbettai, quindi sfrecciai verso il porta-oggetti dove erano le mie cose, le afferrai e scesi dal treno al volo. Già… la “mia” fermata. E ora che faccio? Mi domandai. In realtà avevo un piano… nell’ultimo mese ne avevo articolato uno che sembrava perfetto: mi ero costruita una nuova identità. Da ora in poi mi sarei chiamata Sara, ragazza lesbica fuggita a causa di due genitori snob, intolleranti e omofobi. Beh… non era poi una bugia completa. In effetti i miei erano, al cento per cento, delle persone difficili, lo erano sempre stati. Solo che per loro io ero la figlia perfetta, la principessina di casa. Almeno fino a qualche giorno prima.
    Non avevano accettato che le cose, questa volta, fossero andate… diversamente da quello che speravano… no, da quello che avevano “programmato” per me.
    Mi sforzai di non pensare a loro, quindi mandai giù le lacrime e presi a camminare, guidata da google maps, verso la mia destinazione. La verità è che avevo paura. Non sapevo chi o cosa avrei trovato ad accogliermi, speravo solo che la mia bugia reggesse… almeno per un altro po’. Nel frattempo avrei pensato a cosa fare, a dove sarei andata. Avevo dei cugini, da qualche parte, in Inghilterra… avrei provato a
    contattarli. Magari mi avrebbero aiutata. Inspirai profondamente, strinsi la cinghia della chitarra nella mano, e quando espirai cercai di far uscire fuori da me ogni dubbio o incertezza. L’unica cosa importante, ora, era il bambino. Misi una mano sulla pancia, istintivamente, come a proteggere l’unica cosa certa che avevo, in quel momento. Quasi a fare eco ai miei pensieri, proprio in quell’istante una macchina si fermò al semaforo, col finestrino abbassato, e una musica rock fuoriuscì dall’abitacolo… una canzone dei Muse che conoscevo bene, Butterflies & Hurricanes. Il testo dice più o meno così:
    cambia
    tutto quello che sei
    e tutto quello che eri
    il tuo numero è stato chiamato
    combattimenti e battaglie sono cominciati
    la rivincita arriverà sicuramente
    i tempi difficili devono ancora arrivare

    il migliore,
    devi essere il migliore
    devi cambiare il mondo
    e utilizzerai questa opportunità per essere ascoltato
    è il momento giusto

    non
    buttarti giù e non lasciarti andare
    è arrivata la tua ultima opportunità

    il migliore,
    devi essere il migliore
    devi cambiare il mondo
    e utilizzerai questa opportunità per essere ascoltato
    è il momento giusto.

    Sorrisi. Chissà… forse anche la mia farfalla era scesa a Padova.

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    CAPITOLO 3 – FRANCESCO

    La ragazza con la chitarra

    Sara era in fuga da tutto e da tutti. Dai suoi genitori, dalla sua città e, come forse tutti noi del resto, da se stessa. Erano le sei di pomeriggio di un venerdì quando arrivò al Rifugio; me lo ricordo bene, perché ero io a parlare nel cerchio, in quel momento.

    Quella mattina avevo fatto coming out con mia sorella ed ero molto felice; il fatto è che mi aspettavo una reazione diversa, ed invece avevo trovato una persona dalla mentalità apertissima. Mi disse che lo aveva sempre saputo, e che a lei non importava chi io amassi, purché amassi prima di ogni altra cosa me stesso. Parlarle mi aveva fatto sentire bene, più leggero, ma… non ero ancora pronto a farlo con i miei genitori. Non so bene cosa aspettassi… un segno, forse. O magari soltanto un pizzico di coraggio.

    Non che avessi paura di essere gay. Io avevo paura di perdere l’amore di chi mi aveva sempre voluto bene: se ne sentivano, di cose del genere…

    il Rifugio accoglie ragazzi tra i 18 e i 30 anni, non accettati e spesso abbandonati dai genitori, le loro situazioni erano… beh, complicate. Mentre io ero solo un ragazzo di 17 anni che aveva baciato il suo migliore amico e poi era scappato via, incapace di viverne le conseguenze, buone o cattive che fossero.

    La cosa poi che mi terrorizzava, sopra tutte le altre, era il rifiuto. Essere rifiutato, odiato persino dalla società non mi pesava così tanto. Ma cosa succede quando a discriminare è proprio la famiglia, quando l’odio cresce dentro le mura di casa? Se ne sentono tante di storie così… Sei omosessuale? Ti rifiuto.

    Insomma, stavo parlando più o meno di questo quando Deborah, la receptionist, bussò alla porta. “C’è la nuova ospite”, disse. La dottoressa Corsini la fece immediatamente entrare. Era una ragazza esile, con i capelli corti tinti di blu e due grandi occhi castani, che si guardavano intorno, senza soffermarsi su niente e nessuno. Sulle spalle portava una chitarra, che sembrava quasi farle da “guscio” di protezione, come una lumaca… o una tartaruga; lei reggeva tra le mani la cinghia della custodia come se quella chitarra fosse la sua unica certezza.

    La Dottoressa le indicò una sedia vuota proprio a fianco a me, invitandola a sedersi: 

    “Lui è Francesco, e sarà il tuo compagno di stanza”

    “Tutti mi chiamano Chicco” le sorrisi, porgendole la mano “Sono stra-contento che sei arrivata, sono felice di avere una compagna di stanza, a volte mi trovo a parlare da solo con la parete!”

    “E preparati, perché lui parla tanto” commentò Nick. Vi parlerò di lui più avanti; vi basti sapere, per ora, che il nostro rapporto d’amicizia si basava su schermaglie simili: lui era uno che urlava al mondo di essere gay mentre io… beh, io non lo urlavo. Nemmeno sussurravo, in effetti, al di fuori del Rifugio.

    “Loro sono Jessica, Nicola, Gennaro, Angelo e Martina”

    La dottoressa presentò gli altri coinquilini della casa. Tutti rivolsero a Sara un gran sorriso…  eccetto Jess: lei non sorrideva tanto spesso. Era un po’ come i gatti, ti dava affetto se e quando voleva lei. Dal suo sguardo, in quel momento, capii che stava ponderando se fidarsi o meno di quella nuova new entry.

    Sara rispose con un timido “ciao”, quindi il suo viso perse un po’ di colore, e si appoggiò alla sedia come se stesse per svenire. Mi alzai prontamente per sorreggerla… il che non fu poi così semplice, dato l’ingombro della chitarra.

    “Hey, tutto bene?”

    “Io… sì… scusatemi… devo essere soltanto un po’ stanca, dopo il viaggio e dopo… beh, dopo tutta la situazione” 

    Sara fissò la dottoressa, che le rispose con uno sguardo comprensivo:

    “Ma certo, ma certo, è normale. Chicco, vuoi accompagnare la tua nuova compagna nella vostra stanza?”
    “Ma certo!” sorrisi. In realtà ero davvero gasato dalla presenza di Sara, che mi era stata simpatica al primo sguardo.
    Quasi la trascinai per il corridoio, tanto ero impaziente di mostrarle la stanza… le sarebbe piaciuta? Speravo di sì. Le avevo anche preparato il letto mettendoci alcuni cuscini a forma di cuore, con i glitter. Lo so, lo so, come gay sono un po’ un cliché.

    “Allora, ti piace?” le domandai, appena mosse il primo passo nella camera. Sara si guardò intorno spaesata, soffermando lo sguardo sulle coperte e gli ornamenti della stanza.
    “E’ così…” esitò per un istante.
    “Sfavillante? Glamour” suggerii io.
    “…così ROSA!” concluse.
    “Non ti piace?” le domandai dispiaciuto.
    “No, sì… io…”
    “Sai, la ho arredata completamente da solo” risposi, quasi a giustificarmi per tutto quel rosa. 

    Sara fece un passo verso il mio letto, prendendo in mano uno dei pupazzi che c’era sopra, a forma di gatto. Io lo definivo “gatto spiaggiato”, data la posizione con le zampette aperte.

    “Mi piacciono i gatti” mi sorrise.
    Ricambiai il sorriso, felice che si stesse, finalmente, sciogliendo.
    “Quello invece è il tuo letto” le indicai.
    Sara fece un passo incerto, avvicinandosi con cautela.
    Quindi, delicatamente, si tolse la chitarra dalla schiena (era ora!) e si sedette sul letto.

    “Comodo” stabilì.
    “Sì, il Rifugio è un posto confortevole” confermai.
    “Hai fatto questo per me?” domandò, facendo un piccolo cenno ad indicare le coperte e i cuscini.
    “Sì, beh… volevo darti il benvenuto… non intendevo…”
    “E’ bellissimo. Grazie” mi sorrise di nuovo.
    “Allora, Sara… raccontami tutto di te!”
    “Io… non credo di essere un soggetto così interessante…”
    “Come mai sei venuta qui al Rifugio?”incalzai.

    Sara si rabbuiò immediatamente:
    “Io… avevo bisogno di un posto sicuro… dove poter pensare un po’”
    “Ti capisco. Anche io avevo bisogno di allontanarmi dalla mia famiglia per riflettere.
    “E ci sei riuscito?”

    Mi avvicinai per sedermi di fianco a lei:
    “Beh, vedi, il mio coming out è stato piuttosto… silenzioso. Anzi, letteralmente”
    Sara mi guardò:
    “Non lo hai detto ai tuoi? Perché?”
    “Perché dove vivo io, in Puglia, le famiglie sono estremamente cattoliche, e… voglio dire… i miei già mi vedono sposato e con figli. E a me si spezza il cuore se penso di deluderli. Loro… hanno sempre riposto in me grandi aspettative.”
    Lei mi osservò, comprensiva:
    “È; il problema dei genitori. Ripongono sempre troppe aspettative sui propri figli.” Rispose, e notai che la sua voce si era rotta, per un istante. Capii che non doveva essere stato facile per lei. Cauto le misi un braccio attorno alle spalle; lei mi lasciò fare. Notai allora che stava tremando:
    “Ehi, ehi. Ora sei qui al sicuro, tranquilla. Stai tremando…”
    “Io… sì, credo di aver preso un po’ di freddo”.
    “Ecco, copriti con questa!” feci, porgendole una coperta.

    In quel momento bussarono alla nostra porta.
    “Devono essere i ragazzi…” le dissi, andando ad aprirla. Non la avevo ancora aperta completamente che Nick, Jess, Martina ed Angelo si fecero largo nella stanza. Si vedeva che erano curiosi da morire di saperne di più su Sara.
    “Allora, siete pronti?” domandò Nick.
    “Pronti… per cosa?” fece Sara, confusa.
    “Oh mio Dio, sono già le sette, dobbiamo vestirci!” raggiunsi di scatto l’armadio e lo aprii.

    “Ci avrei scommesso che non saresti stato pronto” commentò Jess, con le braccia incrociate.
    “Cinque minuti…” mi scusai, mentre affondavo le mani nel mio guardaroba, incapace (come sempre) di decidere cosa indossare.
    Nick, comprendendo che ci avrei messo ben più di cinque minuti, prese posto sul mio letto, usando i miei pupazzi come cuscini:
    “Allora, come ti trovi nella camera di Barbie?, ti ha già ammorbato di chiacchiere?” domandò a Sara.
    “Io, no… non credo…” si difese lei. 
    “In che senso non credi? È una domanda semplice: sì o no” incalzò Angelo.
    “E datele un attimo di respiro!” commentò Jess, alzando gli occhi al cielo. 
    Buon segno: evidentemente Sara cominciava a starle simpatica. O semplicemente a “starle”.
    “Comunque sia, sbrigatevi, che se no ci perdiamo l’inizio dello show” continuò Nick, scattando in piedi.

    Mi infilai rapidamente una giacca glitterosa e mi osservai allo specchio, soddisfatto del risultato.
    “Andate a vedere uno show?” chiese Sara.
    “Andiamo, vorrai dire. Ormai sei una del gruppo” le sorrise Angelo. Poi, prima che lei potesse replicare, continuò:
    “E’ un posto molto particolare, sai? Una specie di club privato… un incrocio fra un caffè chantant e una discoteca. Ti divertirai”
    “Ma… ci è permesso di uscire?” domandò Sara, confusa, cercando il mio sguardo.
    “Certo che sì, mica siamo in carcere, qui” le rispose Martina.

    Notai che Sara era ancora seduta immobile sul letto:
    “Hey, non sei ancora pronta?”
    “Io… non ho nulla con cui cambiarmi… sono arrivata così, di corsa…” si giustificò abbassando lo sguardo. “Ma non è un problema, io resto qui. Starò bene” 
    “Non esiste!” risposi, categorico, quindi le presi la mano e la feci alzare in piedi, trascinandola nella cabina armadio: “Vieni qui, sono sicuro che troveremo qualcosa della tua taglia!”
    “E sarà sicuramente qualcosa di molto sobrio” scherzò su Nick.

    Frugai tra le mie cose e finalmente trovai quello che cercavo: una felpa rosa con su stampato “I am a cat” che aveva attaccato un cappuccio con le orecchie da gatto.
    “Ti starà da paura!” le sorrisi, porgendogliela.

    Sara la prese ma poi si fermò, titubante, come concentrata su qualcosa. Ma, quando ormai pensavo che mi avrebbe semplicemente restituito la maglia e che sarebbe rimasta in stanza, se la infilò così, senza nemmeno togliersi la canotta nera che aveva già indosso.

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    CAPITOLO 4 – JESSICA

    Flexo

    Mi piaceva il Flexo. Potevi ballare, bere qualcosa (i cocktail erano super!), potevi chiacchierare… e a volte c’erano degli show. Quella sera c’era un evento: Drag VS Burlesque. Luana ci aveva riservato un tavolo, lo faceva sempre… oh, a proposito, Luana è una trans, ed è un po’ una icona del locale… anzi, del quartiere: tutti la conoscono e lei conosce tutti. E poi sembra avere mille occhi, appena qualcuno mette anche solo un piede al Flexo, lei è già lì pronta per fare gli onori di casa. Non è soltanto nostra amica, ma in qualche modo fa da chioccia a noi ragazzi del Rifugio.

    E così anche quella sera: sul palco si stava esibendo una drag vestita e truccata come Marylin Monroe, in abito rosa e perle, che cantava “Diamonds are a girl’s best friends.

    “Benvenuti a voi” ci salutò Luana, dall’alto dei suoi quasi due metri con i tacchi : “Y la chica chi è?” aggiunse poi, guardando Sara.

    “L’ultima arrivata. Non sappiamo molto di lei, però contiamo di farla bere abbastanza da farcelo raccontare” scherzò Nick. 

    “Piacere… Sara” si presentò imbarazzata.

    “O mio Dio, se arrossisci per così poco forse non dovresti vedere il prossimo show…”

    Non appena Luana ebbe finito di pronunciare queste parole, ecco che sul palco apparve una sinuosa ragazza dai capelli corti che mi ricordò un po’ Liza Minnelli; solo che questa, anziché cantare, ballava e si spogliava. Decisamente il mio genere di show. Mi sedetti al solito tavolo, e anche gli altri presero posto.

    “Allora, cosa prendete?, il primo giro lo offre la casa” continuò Luana, facendoci l’occhiolino. Istintivamente mi voltai a guardare Sara, che però sembrava come ipnotizzata dallo show che era sul palco.

    “Carina, vero?” ammiccò Luana.

    Un applauso impedì a Sara di rispondere.

    “Oh, accidenti, tocca a me!” sbuffò Luana, ravviandosi i capelli (o, meglio, le extensions); quindi fece un cenno ad Andy, il barista:

    “Un giro di Cosmo per questi qui… oggi dobbiamo festeggiare una new entry… e il futuro grande assente” disse poi, inviando un bacio con le dita ad Angelo.

    “E’… il tuo compleanno?” chiese Sara, confusa.

    “No, è che domani devo andare via…”

    “Via… dove?”

    “Via dal Rifugio. Il mio tempo, qui con voi, è finito”

    “Hey, niente malinconia per stasera!” lo rimproverò Martina “Oggi dobbiamo pensare solo a festeggiare e a goderci la nostra NON ultima serata insieme”

    “Hai ragione” le sorrise Angelo.

    “Allora, questi Cosmo?” intervenne Juan, sbracciandosi verso Andy.

    “Arrivo, arrivo” bofonchiò lui, con la tipica stanchezza di chi ha appena cominciato la serata ma che vorrebbe che fosse già finita. Credo che se fossi al suo posto e facessi quel lavoro, smetterei di bere… l’odore di alcool deve dare la nausea dopo un po’, a furia di shakerare e mettere ombrellini. O magari no… magari alla fine ti sbronzi soltanto annusandole, le cose. E allora sì che la vita ti sembra sempre più bella.

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