Intervista al vincitore-Sergio Casesi

Il premio in lingua italiana dell’edizione 2018 del Premio Carlo Annoni è stato vinto da Sergio Casesi, autore teatrale e musicista milanese pluripremiato, con il suo testo Zeus in Texas.

Trombettista premiato a livello internazionale, dal 1999 Sergio Casesi ricopre il ruolo di Prima Tromba presso l’Orchestra Regionale Lombarda, I Pomeriggi Musicali di Milano.

Tra i numerosi premi vinti dall’autore figurano nel 2012 il primo premio nella competizione romana “Anime Nude” presso il Teatro dell’Orologio, con la messa in scena dell’atto unico Traditori, il “Premio per la nuova drammaturgia” del Teatro la Pergola di Firenze nel 2015, nel 2017 l’importante Premio Cendic con #AnAmericanDream.

Ha lavorato come tutor di drammaturgia per la Biennale di Venezia, per tre anni, nell’ambito di Biennale College.

Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema? 

Il tema della diversità è un tema centrale del nostro tempo. Diversità declinata in diversi modi e per diversi mondi che riguarda però sempre il rapporto fra individuo e società, fra individuo e masse. La cura della diversità nell’amore ed in generale nella sfera privata, la sessualità ma anche la politica, o la sfera ideale, spirituale e creativa, è forse la più urgente perché determinante per la vita quotidiana di milioni di persone. Vediamo spesso, in occidente, la legislazione inseguire la società e in paesi come Ungheria, Polonia o Russia un ritorno al dogma dell’odio e della violenza. Nel mondo ci sono poteri che giocano con la vita delle persone ed è compito di tutti i liberi, scrittori e artisti compresi, raccontare, denunciare e battersi per il diritto di vivere non omologati, non costretti, non schiacciati. La battaglia per i diritti civili è quindi una delle battaglie per la libertà dell’uomo e, al contrario di più antiche battaglie vinte ma poi perse per strada, speriamo possa contribuire al progresso dell’intera umanità in maniera duratura e certa. 

Per tutto questo è necessario il Premio Annoni come necessari sono i pensieri e le parole di tutti coloro che si battono e si sono battuti. Grazie al Premio Annoni, ormai appuntamento internazionale imprescindibile, sempre più persone vengono a contatto con i temi della diversità e sono costrette a fare i conti con se stesse, con le proprie abitudini, con le proprie paure, con le proprie verità. Giovani e famiglie, pubblico e artisti, opinione e politica. Credo fortemente nella creatività come elemento fondamentale per l’affermazione del diritto. 

Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria? 

Un aneddoto… Ho scoperto che Carlo Annoni era originario di Agliate, un piccolo borgo in Brianza appoggiato sul Lambro. Paesino a cui sono legato perché la famiglia della mia compagna vive ancora lì e, coincidenze, vicino alla casa degli Annoni. Così, per caso, c’era una traccia nel mio vissuto con quello di Carlo, con al centro la meravigliosa chiesa romanica di Agliate. Con l’organizzazione del Premio ho organizzato quindi un concerto per Carlo Annoni proprio nella Basilica, con amici musicisti tutti legati in qualche modo a quel luogo straordinario. E’ stato un bel momento, ricco e raro. 

Che cosa ha significato per te la vittoria del premio Carlo Annoni? 

Il Premio Annoni per me ha significato moltissimo. Ho ricevuto la stima di grandi professionisti, di grandi artisti. Questo è importante quando si dà il massimo, quando si cerca di scrivere e di vivere allo stesso modo. 

Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo? 

Ho avuto la fortuna di lavorare come tutor di drammaturgia alla biennale di Venezia per tre anni. E ho conosciuto tanti giovani di molte parti del mondo. Da molti ho imparato tanto. Ma vedo due mali molto diffusi nell’approccio alla scrittura che io, almeno spero, credo di aver sempre rifiutato. In primo luogo la paura del conflitto. Drammaturgia è conflitto. Non bisogna sottrarsi, anzi. E’ necessario indagarlo sempre e fondo, senza arrendersi alla paura. Capire quel conflitto immaginato cosa significa per noi e perché. In secondo luogo, ma forse è ancora peggio, ho notato la tendenza di molti a rifarsi a modelli preesistenti, anche fondamentali. Ma occorre chiarire. Mai scrivere alla Tizio o alla Caio. Mai e poi mai voler scrivere il testo di qualcun altro. Se avremo fortuna saremo originali altrimenti i modelli interiorizzati si vedranno comunque in filigrana. Ma io vedo spesso un appiattimento davvero scabroso. umiliante direi. Per scrivere bisogna usare il proprio sangue, il proprio sorriso e il proprio dolore. Le proprie esperienze e i propri sogni. Bisogna vincere la paura di vivere. Occorre mettersi in gioco sapendo di poter fallire. Parlando con sceneggiatori o autori, ma anche compositori di musica, mi trovo a dover discutere di scelte basate su altre opere, su altri scritti, su idee di altri. No, questo è sbagliato. Anche eticamente. E’ volgare e sterile. Potremo fallire, sbagliare, non riuscire. Ma saremo noi. E forse, con fiducia e forza, potremo invece scrivere qualcosa di valore, a patto di usare ciò che siamo e ciò che abbiamo nelle vene. E non suggestioni altre e infatuazioni letterarie. 

Cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

Non so cosa aspettarmi dal futuro. Mi sembra che del teatro, come della musica e del sapere artistico in generale, importi poco. Siamo in un periodo della società della tecnica in cui l’economia è l’orizzonte morale a cui ogni uomo deve tendere. Sembra che il teatro, che da millenni è il luogo della riflessione laica e civile, non abbia più un autentico ruolo. E se è vero che il narcisismo di molti autori e artisti è colpevole, in questa fase non mi sento di dare la colpa a noi lavoratori dello spettacolo. Alla società, e in particolar modo alla politica e ai media, anche per problemi sempre più grandi in un contesto appunto solo economicistico, sembra non interessare il futuro della cultura e nemmeno il futuro degli attori, degli scenografi, dei registi e delle maestranze e dei musicisti. Mi sento esiliato dal perimetro di ciò che è importante, di ciò che è vitale. Mentre ho sempre scritto, e suonato il mio strumento in orchestra, credendo di fare qualcosa di importante per tutti, di indispensabile. Non so se sbaglio ora o sbagliavo prima. Ma non so cosa accadrà in futuro. Non ho elementi per capire se siamo in una fase che si risolverà o se il destino degli artisti è segnato, almeno per molti anni. Il teatro non è intrattenimento, che pure è importante e manca ed è lavoro per moltissimi professionisti. Ma il teatro è manifestazione della coscienza collettiva, è momento condiviso e libero. E non voglio immaginare una società in cui la tecnica può disporre della vita di tutti senza un luogo in cui questa stessa vita può essere messa in scena per cercarne il senso, se mai ve ne fosse uno, e comunque il suo continuo ricomporsi nel tempo.  

Intervista al vincitore-Mark Erson

Mark Erson ha vinto la prima edizione del Premio Carlo Annoni come autore del miglior testo in inglese, Marc in Venice, nel 2018. Qui di seguito una sua intervista.

Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità, e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema?

Nonostante ci siano diversi concorsi drammaturgici a cui partecipare, non sempre si sa come verranno recepiti copioni/storie sul tema dell’omosessualità. Ci sono molti teatri negli Stati Uniti che devono preoccuparsi di come i loro finanziatori considererebbero storie del genere. Un’altra sfida del fare teatro in un sistema iper-capitalistico. Concorsi come questo danno voce a chi solitamente non ha un posto nel teatro e non vi viene celebrato. Ciò assicura lo sviluppo di nuove storie e nuove voci.

L’anno successivo alla mia vittoria, ho scritto un copione su Leonardo da Vinci che non avrei mai scritto se non fossi stato incoraggiato dagli organizzatori del Premio. Facendolo, ho potuto conoscere la figura di Leonardo da Vinci e quale esempio rappresenti per la comunità LGBTQ. Recentemente, alcune pubblicità televisive statunitensi lo hanno rappresentato in modo poco veritiero. Un Premio come questo può inoltre aiutare la nostra comunità a reclamare e raccontare una storia che altrimenti viene nascosta e addirittura distorta.

Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria?

Ho potuto raggiungere Milano per ricevere il mio premio e partecipare alla premiazione. Un punto davvero alto della mia vita. Poiché avevo scritto una storia che elevava la trama di un coming out al vivere in armonia e all’equivalente di un racconto spirituale, e poiché sono un pastore apertamente omosessuale in una parrocchia aperta alle persone LGBTQ, si è parlato più di me come pastore che di me come drammaturgo. Ma non è importante. Il mio dramma, Marc in Venice, è nato sicuramente dal mio personale viaggio spirituale e dal venire a patti con la mia propria identità.

Che cosa ha significato per te la vittoria del Premio Carlo Annoni?

È stata una incredibile conferma e validazione. Ho scritto un buon numero di drammi. La maggior parte sono stati auto-prodotti. Vincere mi ha mostrato come altri dessero valore a ciò che scrivevo. Da quando ho vinto sono stato più prolifico e sto scrivendo con un senso di confidenza maggiore.

Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo?

Osserva la tua stessa vita per delle idee. Non dico di scrivere copioni autobiografici, ma di intravedere temi e passioni che hanno alimentato il tuo viaggio. Scrivi quello che conosci nel profondo. E gioca al “Cosa succederebbe se”. Prendi un evento o una idea di trama e inizia a chiederti: cosa succederebbe se accadesse questo o quest’altro.

Cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

Voglio credere che, come il rinascimento che avvenne dopo l’epidemia del quattordicesimo secolo, usciremo da tutto questo con nuova comprensione di ciò che è importante, di ciò che ci nutre, di cosa è essenziale per il nostro benessere. Il regalo del 2020 possa essere un rifocalizzarsi (gioco di parole) e speriamo di uscirne con una migliore comprensione di ciò che ha valore. Ovviamente, secondo me, le arti sono il cuore di questa rinascita.

Siete curiosi di saperne di più sulle edizioni passate del Premio Drammaturgico Internazionale Carlo Annoni?

La prima edizione del premio si è tenuta nel 2018. I testi pervenuti alla giuria sono stati 122: 100 in lingua italiana, 22 in lingua inglese. La serata di premiazione, presentata da Corrado Radovan Spanger, fondatore del Premio, si è svolta a Palazzo Reale, dove hanno presenziato il vincitore in lingua italiana, Sergio Casesi, col suo testo Zeus in Texas, il vincitore in lingua inglese, Mark Erson, con il suo Mark in Venice, nonché gli autori delle menzioni speciali Ana Fernandez Valbuena (Gazali per l’emiro), Lisa Capaccioli (Le probabilità dell’asterisco (*)), Gianni Clementi (Gino, lunedì riposo). Oltre che dal numeroso pubblico, la premiazione è stata arricchita dalla lettura di alcuni brani di Zeus in Texas a opera di Ferdinando Bruni.

Nel 2019 invece vi è stata la seconda edizione del Premio. I testi pervenuti sono stati 689, di cui 540 in lingua inglese e 149 in lingua italiana, un numero quasi sei volte maggiore rispetto a quello del 2018. La premiazione si è svolta presso la sala delle conferenze stampa del Piccolo Teatro di Milano, in via Rovello, ed è stata caratterizzata da interventi riguardanti il teatro e i diritti civili, due tematiche che costituiscono l’anima e l’impegno del Premio Carlo Annoni. Oltre ad alcune proiezioni video di tema teatrale, sono infatti intervenute personalità importanti, rappresentanti del contesto teatrale milanese e dell’attenzione rivolta all’argomento sui diritti civili: Yuri Guaiana (Associazione Radicale Certi Diritti), Marina Gualandi (Teatro Filodrammatici di Milano), Giovanni Soresi (Piccolo Teatro). I vincitori dell’edizione 2019 sono stati Laura Fossa, con il suo testo Shalom, Bixby Elliot con il testo in lingua inglese Lincoln was faggot, infine le menzioni speciali conferite a Fortunato Calvino (Pelle di seta), Federica Cucco (Orlando), Mark Erson (The unfinished genius), Joe Gulla (Sleeping with the fish).

La terza edizione del premio Carlo Annoni si è svolta nel 2020. Nonostante la situazione mondiale così difficile, i testi hanno visto un ulteriore aumento: ne sono arrivati 759, 70 in più rispetto al 2019, di cui 601 in lingua inglese e 158 in lingua italiana. La premiazione, presentata, come quelle precedenti, da Corrado Radovan Spanger, si è tenuta al Piccolo Teatro Grassi di Milano, come l’anno precedente, ma nel chiostro Nina Vinchi. A confermare l’impegno del Premio sull’argomento, diversi sono stati gli interventi riguardanti i diritti civili, tra cui quelli di Yuri Guaiana, Daniele Nahum (Parlamento Europeo), Pietro Vito Spina (Milano Pride), nonché il fatto che fossero presenti l’assessore alle politiche sociali e ai diritti civili Gabriele Rabaiotti e la presidente della commissione pari opportunità De Marchi Diana Alessandra del comune di Milano. Presenti anche Giovanni Soresi, Mario Cervio Gualersi (Festival Lecite/Visioni) e Andrea Ferrari (Festival Mix).

Ad arricchire il momento, vi sono state le letture teatrali di Ferdinando Bruni, Renato Sarti, Fabrizio Caleffi e Dorothy Barresi dei testi vincitori: La resistenza negata di Fortunato Calvino, Pochos di Benedetto Sicca, Calascibetta44 di Antonio Lovascio (Menzione speciale), Aspettando Manon di Alberto Milazzo York (Menzione speciale), La peste di Sergio Casesi (Menzione speciale corti). Il testo vincitore in lingua inglese è stato Get happy di Joseph Aldous, le menzioni speciali per i testi inglesi sono state conferite a Gus Gowland e Melissa Li (Menzioni speciali musical).

Per ulteriori informazioni, visita la sezione del sito dedicata ai vincitori del Premio Carlo Annoni.

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #9: We can be Genet (just for one day)

Sono pochi gli autori che possono vantare, nella propria bacheca, un Pulitzer, un Pinter Prize, un Oscar o un Nobel. Ma quanti di loro possono dire di essere stati citati da nientemeno che David Bowie in una sua canzone? È il 1972 quando il fu Ziggy Stardust rilascia Jean Genie, singolo che anticipa l’uscita della pietra miliare del brit pop Aladdin Sane: il titolo è chiaramente ispirato a Jean Genet, drammaturgo e romanziere francese che, quell’anno, aveva messo in pausa il teatro per girare il Medio Oriente come giornalista, intervistando addirittura Yasser Arafat in Giordania.

Spirito ribelle di quegli anni, impossibile da comprimere in una definizione che non sia quella di genio che le definizioni le trascende: è una descrizione che si adatta al maestro delle parole parigino quanto al Duca Bianco. Bowie quel soprannome se lo era guadagnato con la sua scalata sull’Olimpo della black music, con il suo rock targato Brixton, ma infuso dell’energia di Ray Charles, James Brown, Stevie Wonder. E mentre la RCA cercava di accaparrarsi l’esclusiva sul nuovo pezzo del Duca, Genet si trovava a pochi chilometri dalla sede di New York, invitato negli States dai Black Panther come testimone dalla penna affilata delle lotte di quegli anni.

Jean Genet.

Come Koltès, anche Genet si schierava dalla parte degli ultimi, senza ritenersi tale nonostante le oppressioni subite per la sua sessualità. Nell’opera Lès Nègres, il francese percorre al contrario il trasformismo di Bowie, chiedendo che gli attori neri si dipingessero il volto di bianco e che almeno uno tra gli spettatori accettasse di fare lo stesso se il pubblico fosse stato di soli neri. Il travestimento è l’elisir del teatro di Genet: ne Le serve, egli chiede che le due protagoniste siano interpretate da giovani uomini travestiti. 

Complice una vita travagliata, tra le origini più che umili, l’arresto per omosessualità e la dipartita precoce del suo amato, Genet sviluppa un palato finissimo per l’amarezza del mondo. La crudeltà si cela ovunque, nei giochi di potere dell’individuo e della società e l’unico modo per rappresentarla a teatro è con la finzione che esso offre: teatro nel teatro, in cui il travestimento assurge a strumento per agire la disparità e il sadismo che produce. L’omosessualità stessa gioca un ruolo preponderante, diventando spesso la maschera degli stessi rapporti di dominazione che l’autore denunciava.

Se pensiamo ai vestiti di piume e brillantini di Bowie, prima del primo coming out come etero che la storia ricordi, ci sembra che le immagini dei due artisti si sovrappongano. Destini intrecciati in una perenne fuga da identità sociali, sessuali, demografiche, che culminano con l’epilogo che accomuna l’umanità: il Duca a 69 anni, Genet a 75, ma mantenendo la stessa vena di incendiario (dalla parte dei buoni) della sua gioventù. Ed ecco quindi la nona sfida per i partecipanti del Premio Carlo Annoni: provate a immaginare il vostro testo come se fosse musica. Come vorreste che suonasse?

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #8: Ode ai Maestri

Oggi vogliamo parlarvi di un grande autore, noto al pubblico per la sua personalità eccentrica, uno spiccato gusto per la comicità controversa e, soprattutto, un inconfondibile ciuffo voluminoso biondo rossiccio che è diventato l’icona del suo stile. No, non preoccupatevi: non è mai stato Presidente degli Stati Uniti d’America. Stiamo parlando di Alan Bennett, drammaturgo, attore e sceneggiatore inglese.

Classe 1934, è del 1960 la sua prima opera di successo: Beyond the Fringe, una serie di sketch di teatro leggero dai toni parodistici che a chi ha qualche capello grigio, ricorda il genere della rivista. È qui che il commediografo inglese inizia a farsi la fama di mina vagante, caricaturando le autorità del tempo sul palco e demolendole a suon di risate. 

L’inizio dell’ascesa di un autore che dimostrerà più volte di non temere di essere frainteso o di risultare offensivo: se ne avrà la prova in The History Boys, scritto ben mezzo secolo dopo Beyond the Fringe, nel 2004. Il ciuffo biondo si è sbiancato, ma lo smalto rimane: l’opera gode di un successo internazionale, sbarcando in Italia e diventando uno dei classici dell’Elfo Puccini, grazie alla regia della coppia Bruni/De Capitani.

Alan Bennett.

Otto studenti, candidati all’ammissione nei più prestigiosi atenei del Regno Unito, si confrontano con un preside che ritiene la loro accettazione nelle migliori università il maggiore attestato di prestigio per la sua scuola. Pertanto, deciso a non lasciarsi sfuggire l’occasione, assume un nuovo insegnante che prepari i ragazzi per i test: Irwin, che come il più anziano collega Hector si scoprirà essere omosessuale e provare attrazione verso i suoi studenti.

In una trama minimalista, che gioca più con la spensieratezza che con la provocazione, emerge uno dei topos della letteratura omosessuale: la figura del precettore. Un fil rouge che va dai componimenti omoerotici per gli efebi della Grecia Antica fino alle tesi di Mario Mieli, ingiustamente accusato di pedofilia quando elogiava il fanciullo come creatura libera, ancora non sottoposta alle pressioni di una società che inculca l’eterosessualità con la forza. Hector si oppone all’educazione dogmatica che permette di incrementare i punteggi nelle graduatorie universitarie, spingendo i ragazzi ad aprire la propria mente invece che rincorrere trofei inutili.

Tutto questo ci fa riflettere su un’epoca in cui a fare le spese di pandemia e crisi economica ci sono stati anche l’educazione e i diritti civili. Scuole chiuse, cultura ostracizzata e ulteriore carica alla smania di guadagno vengono promossi come motore per uscire dal fango in cui riversa la società. Ecco quindi l’ottava sfida per i partecipanti al Premio Carlo Annoni: quando i vostri personaggi affondano nei loro problemi, chi è che li aiuta a riemergere?

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #7: Ulisse in Italia

Come a Ulisse ci sono voluti vent’anni per tornare a Itaca, a noi sono serviti sette episodi per tornare in Italia. Non perché sia passato più tempo che altrove per veder svettare il tricolore accanto alla bandiera arcobaleno, ma perché eravamo indecisi su chi fosse stato il primo a issarlo in maniera convincente.

Con un’indispensabile menzione a Pier Paolo Pasolini e Mario Mieli, abbiamo deciso di parlare di uno degli autori italiani più controversi dello scorso secolo: Giovanni Testori.

Giovanni Testori (foto di Valerio Soffientini)

Testori nasce, come Sarah Kane, in una famiglia profondamente religiosa, che lo instrada verso il fascismo. Negli anni della guerra collabora con i Gruppi Universitari Fascisti e si appassiona di storia dell’arte, iniziando a dipingere. La sua vera identità di omosessuale incastrato in un mondo repressivo viene fuori dall’amicizia col regista Luchino Visconti, gay anche lui.

Sono gli anni in cui Testori narra i sobborghi di Milano, scrivendo i racconti che poi entreranno nella raccolta Il ponte della Ghisolfa. L’Arialda, ambientato nella periferia meneghina, è il primo caso in Italia di un’opera con una relazione omosessuale frutto dell’amore e non della perversione, associata alla comunità LGBT+ dalla mentalità (demo)cristiana dominante. Tanto bastò per portare in tribunale lui e il regista milanese, che ne aveva curato la versione cinematografica.

Il genio è come una pompa da giardino: più si prova a otturare il flusso, più forte spingerà l’acqua per uscire, trovando sempre uno spiraglio. È il caso di un secondo sodalizio, quello con Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah: la seconda è direttrice artistica del teatro oggi intitolato al primo. Lì Testori portò in scena la Trilogia degli Scarrozzanti, a cominciare dalla riscrittura Ambleto. In un finto creolo franco-lombardo seicentesco, l’autore stravolge la trama del bardo, inserendo anche qui relazioni omosessuali, ma stavolta in chiave surreale e tragicomica à la Copi.

Dopo il fascismo, la malavita milanese e l’omosessualità, Testori ritorna infine alle origini: la Chiesa cattolica, alla quale viene avvicinato da Comunione e Liberazione. Sono gli anni della depressione dopo la morte della madre, in cui il drammaturgo narra il bisogno di conforto, che ora sente universale. nelle sue ultime opere: drammi religiosi, non diversi da quelli di Jacopone da Todi, ma permeati del suo gioco in cui il confine tra teatro e realtà sfuma progressivamente.

Testori muore nel 1993. Come Ulisse, che prima di rivedere Itaca passò per maghe e sirene, l’aedo del ‘900 circumnavigò ogni ambito del pensiero e dell’espressione umana, sospeso tra le due forze opposte della libertà sessuale e individuale e del senso di colpa cattolico. Giungiamo così alla settima sfida per i partecipanti del Premio Carlo Annoni: quand’è che, per un autore, è tempo di sperimentare nel suo teatro?

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #6: Felice anno rosa!

Cari lettori, vi chiediamo scusa. Sono usciti ben cinque episodi di LGBTheater, e non ce n’è uno che sia dedicato a un’autrice donna! Eppure non che ne manchino nel teatro: in Italia le donne costituiscono la maggioranza del pubblico e il numero delle attrici supera di molto quello degli attori, sebbene i ruoli chiave nell’amministrazione siano purtroppo un monopolio ancora maschile.

Quante ne riconosci? Scrivilo nei commenti!

In quanto alle drammaturghe, invece, non c’è che l’imbarazzo della scelta: Yasmina Reza, Elfriede Jelinek, Lucia Calamaro, Biljana Srbljanović, Letizia Russo e Lucy Prebble, giusto per citarne un paio…

Come non partire, dunque, da Sarah Kane? Sembra quasi un cliché, che mal sopporterebbe un’autrice che di cliché non aveva niente: una ragazza inglese di buona famiglia che a ventiquattro anni ha scritto Blasted, opera crudissima incentrata su guerre, genocidi e violenza sessuale, non poté che suscitare scalpore nel Regno Unito nel 1995.

Blasted, pur non avendo personaggi omosessuali (l’atto sessuale tra Ian e il soldato avviene in una dimensione non consensuale), illustra di riflesso il sentimento di Sarah Kane verso il modello tradizionale di relazione eteronormativa: quello con l’uomo che domina e la donna sottomessa. Per osservare il vero amore nella produzione dell’autrice inglese dobbiamo attendere una coppia gay: la relazione di Carl e Rod nell’inferno di Purificati, per usare una metafora presente nel testo, è poetica e dirompente come un fiore che sboccia dall’asfalto. Il che non impedisce che finisca comunque tra lacrime e sangue.

L’anti-eteronormatività di Kane si trova anche nella più grande autrice inglese; anzi, “il più grande autore inglese”, citando il critico del Guardian Michael Billington, che ne proclama la superiorità anche sui colleghi maschi. Stiamo ovviamente parlando di Caryl Churchill. Nell’opera Sleepless, il suo addio a un primo periodo naturalista, vediamo tre coppie nelle loro camere da letto: l’unica che sembra felice è l’ultima, l’unica composta da due donne, che nelle altre scene vedevamo nel loro primo matrimonio. 

Anche l’apice del periodo surrealista arriva con una coppia gay: i personaggi di Abbastanza sbronzo da dire ti amo? rappresentano la fin troppo felice relazione tra USA e Regno Unito, fatta di tenerezza e complicità anche quando si parla di destabilizzare il Medio Oriente e torturare i dissidenti con il fil di ferro tra le gengive. Insomma, quel gusto per la morigeratezza che Sarah Kane avrebbe sicuramente apprezzato.

E così, lasciamo il 2020 con un sospiro di sollievo e accogliamo il 2021 con una domanda, per le autrici e gli autori che intendono partecipare al Premio Carlo Annoni: che tematiche deve affrontare e che bersagli deve colpire chi vuole shockare il pubblico? 

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #5: Il presepe sotto la pioggia

Feste, ma con sobrietà. Dopo una fortunata sequenza di vittorie del capitalismo nell’appalto per il Natale, al sapore di pandori artificiali, spot della Coca-Cola, Mariah Carey a palla e l’immancabile maratona di Una poltrona per due, dalle antenne del Grande Imprenditore del Nord, lo spettro dickensiano del venticinque dicembre all’insegna della tradizione torna a dettare legge. Tortellini contro M&Ms, Tu scendi dalle stelle contro Jingle Bells Rock e, soprattutto, la saga di Gesù contro quella di Eddie Murphy.

Ogni devoto lo sa: la storia narrata dalla Bibbia è un piccolo capolavoro, antesignano del viaggio dell’eroe di Hollywood. Il prescelto di Nazareth nato nella miseria diventa infatti un topos che si ritrova ovunque, da Oliver Twist a Star Wars. Ogni persona che subisce discriminazioni di qualsiasi tipo può identificarsi con il Messia, indipendentemente dalla fede.

Bernard-Marie Koltès

Bernard-Marie Koltès, drammaturgo omosessuale della stessa Francia di Copi e Lagarce, sa cosa significhi essere emarginati dalla società. Anche lui vittima dell’Aids nel 1989, a soli 41 anni, è ricordato per uno stile assolutamente innovativo, che fa della sospensione il suo cardine. Lunghi monologhi sostituiscono gli scambi veloci di battute, canone dominante tra i suoi contemporanei britannici.

I personaggi, in queste partiture verbali, sono spesso immigrati: uno fra tutti, il protagonista de La notte poco prima della foresta, a cui viene negata una stanza in cui dormire in una notte di pioggia. Ma anche il cosmo di etnie di Quai Ouest, fatto di gente disperata che si arma di opportunismo per cavare fuori un guadagno dalle tragedie altrui, o l’Antigone africana Lotta di negro e cani. Koltès mantiene il dolore della sua condizione e ne sposta il soggetto su chi è persino meno fortunato di lui: l’emarginato si prende cura dell’altro emarginato dando valore alla sua vita (c’è atto più umano di questo?), e così facendo dipinge un affresco anche della propria condizione.

Nell’augurarvi buone feste vi suggeriamo, qualora non l’aveste già fatto, di esplorare fino in fondo questo immenso e mai retorico autore. Quando avrete finito, sarete pronte/i per la sfida di questa settimana: con quali altri temi sociali e politici può intrecciarsi un testo sulla sfera LGBT+?

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #4: Allons, playwrights de la patrie!

1993. Parigi si svegliò in una rigida mattina d’inverno e vide l’obelisco di Luxor coperto da un enorme preservativo rosa. L’opera di Oliviero Toscani e varie associazioni impegnate nella lotta all’AIDS arrivò poco dopo la prima, parziale cura della pandemia che ha fatto tremare tutto il mondo, a scapito della credenza che il morbo colpisse solo la comunità gay.

Rivelare di aver contratto l’AIDS significava implicitamente fare coming out. Questo nonostante la malattia, a differenza dell’essere umano, non facesse differenza tra etero e non. Molti positivi decidono di tacere: un paradosso doverlo fare, in un’epoca in cui morire per le droghe è sdoganato, ma per l’amore e il sesso no.

Silenzio e paradosso: bastano due parole per raccontare la cavalcata di morte dell’AIDS. Il verbo presto si fa carne. La Francia, patria dell’illuminismo nata dalle braci della più grande rivoluzione che l’Europa ricordi, infonde il suo spirito ribelle e la dolcezza della sua lingua in due menti fuori dal comune: Jean-Luc Lagarce e Copi. Entrambi saranno vittime dell’AIDS, ma non prima di aver raccontato quegli anni assurdi nel loro teatro.

Jean-Luc Lagarce.

Lagarce, poco prima di scoprire di essere sieropositivo, anticipa la sua sorte nella sua più grande opera: Juste la fin du monde, che diventa Giusto la fine del mondo nell’edizione italiana e È solo la fine del mondo nell’opera cinematografica di Xavier Dolan. Un ragazzo affetto dall’AIDS torna dopo anni dalla sua famiglia per annunciare di stare per morire. L’atmosfera è intrisa di rapporti tesissimi o ormai consunti, espressi in sfumature che ondeggiano tra un obbligato senso di parentela e l’aggressività più sconsiderata. In tutto questo il protagonista tace, alla perenne ricerca del momento adatto in cui portare a galla l’inconfessabile.

Copi.

Copi al silenzio preferisce raccontare il rumore, il caos di quegli anni, attraverso trip lisergici in cui i topi hanno rapporti sessuali con gli umani. Gli echi inquietanti di Beckett e Pinter arrivano distintamente: in L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, personaggi dal sesso indefinito vivono in una casetta in Siberia circondata da lupi famelici, con la fallace speranza di fuggire in località inesistenti. 

Due autori che, tanto con il naturalismo quanto con la surrealtà, hanno saputo raccontare la propria condizione e la propria epoca. Ed eccoci allora alla quarta sfida settimanale per i partecipanti del Premio Carlo Annoni: la drammaturgia può farsi carico di raccontare l’attualità in maniera inedita e creativa?

LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #3: Qualcosa si muove

Fine ottocento. L’Inghilterra ripone per la prima volta penna e calamaio in mani femminili: i nomi Woolf, Austen e Shelley si fanno strada nella letteratura, mentre negli Stati Uniti è per la prima volta un nero, Ira Aldridge, a interpretare Otello. Sono le prime variazioni sul tema dell’artista maschio bianco, che però vengono suonate per un pubblico sordo, spesso non ancora pronto al cambiamento sociale.

Quella che gli artisti del novecento si trovano in eredità è un’epoca in cui rimangono lunghi strascichi di pregiudizio a guardia dello status quo. William Inge, premio Pulitzer per il teatro, è tra i precursori della drammaturgia LGBT, ma non rivelerà mai la sua omosessualità. Comincia a scrivere incoraggiato da Tennessee Williams, con il quale ha in comune un’educazione fortemente religiosa, un rapporto difficile con l’alcol e con la vita, terminata in entrambi i casi per mano propria. Inge dà voce agli omosessuali nel suo teatro a cominciare dall’opera The boy in the Basement (Il ragazzo nel seminterrato). Il titolo non è casuale: come lui è stato imprigionato nel suo “seminterrato” a vita, la stessa sorte è toccata all’opera, rimasta nel cassetto per quasi dodici anni prima della pubblicazione nel 1962.

William Inge

Nella drammaturgia di Tennessee Williams, invece, i riferimenti all’omosessualità sono più evanescenti. I personaggi gay spariscono per apparire: il sottrarsi alle loro famiglie evidenzia ancor di più quanto marci siano i legami che le tengono insieme. In Un tram chiamato desiderio, il ricordo dell’ex marito di Blanche domina la scena come uno spettro ibseniano: si è ucciso, scoperto dalla moglie assieme a un altro uomo e da lei umiliato, prima vittima della crudeltà che ora leva il fiato ai personaggi della vicenda.

Tom de Lo zoo di vetro esce ogni sera per andare al cinema e torna a casa ubriaco, senza fornire dettagli sulla serata trascorsa. L’opera è quasi autobiografica: il personaggio condivide con il suo creatore il nome di battesimo (Williams cambiò il suo solo nel 1938) e una sorella con gravi problemi di salute. Ma soprattutto, un padre assente che lo disprezza per la poca virilità e una madre logorata dalla vita, davanti alla quale è più facile inventare scuse che aprirsi.

È curioso notare come William Inge trattasse apertamente l’omosessualità nei suoi lavori e la negasse nella vita quotidiana, l’esatto contrario di Tennessee Williams, noto dongiovanni, che però teneva ben separate vita amorosa e produzione letteraria. La domanda di questa settimana per i partecipanti del Premio Carlo Annoni è dunque: quanto deve essere forte il legame tra la vita di chi scrive e il suo testo?