RIFUGIO (di Chiara Alivernini)

INDICE

  • CAPITOLO 1
  • CAPITOLO 2
  • CAPITOLO 3
  • CAPITOLO 4
  • PREFAZIONE

    Credo che tutti, nella vita, troviamo rifugio in qualcosa. Io, sin da piccola, l’ho sempre trovato nei libri. Leggendo scoprivo nuovi mondi, e lì mi rifugiavo quando quello reale, quello “vero” mi faceva male.
    Certo, se a 11 anni avessi anche io incontrato –chessò- un bizzarro vecchietto dalla barba argentata di nome Silente che mi avesse detto: “Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e
    dimenticarsi di vivere”… chissà, magari avrei fatto amicizia più facilmente con gli altri bambini, piuttosto che con la carta stampata. Anche se, in quel caso, i miei compagni di classe non sarebbero stati Babbani ma streghe e maghi (come me) e sarebbero stati di gran lunga più interessanti di quelli che mi spintonavano per i corridoi di una delle tante scuole del quartiere Appio Latino.
    Fatto sta che da piccola (ma anche da adolescente) io ero –di fatto- una tipa molto solitaria. E nessuno ha mai fatto nessun tipo di resistenza, a riguardo. Anzi, me l’hanno reso piuttosto facile: sono stata spesso messa da parte, qualche volta bullizzata: troppo bassa, troppo poco femminile, troppo nerd.
    Mia madre aveva difficoltà ad ammettere che sua figlia fosse vittima di bullismo, e a me piaceva farle credere che avesse ragione lei. Non era una cattiva mamma. Semplicemente, non era lì quando mi prendevano in giro, o mi spintonavano, o mi buttavano i libri per terra, o mi affibbiavano stupidi soprannomi.
    Non era importante. Avevo il mio rifugio. E nel mio rifugio io ero ciò che volevo: una principessa, un Cavaliere, o entrambi. Sì, perché era permesso anche essere entrambe le cose.

    Dalla passione per la lettura a quella per la scrittura il passo è stato breve. E così cominciai a scrivere… e allora i miei mondi iniziai a crearli. E, crescendo, scoprii che qualche volta quei mondi erano capaci di dare rifugio anche a qualcun altro, oltre che a me… e che io avevo questo –chiamiamolo- “superpotere”. Quello di tracciare una linea immaginaria, oltre la quale la sofferenza smetteva di esistere. Per me e per coloro che decidevano di attraversarla. Ecco… il Rifugio nasce da questo bisogno. È la pentola alla fine ell’arcobaleno. È il mondo di Oz sognato da Dorothy, quello dove volano gli uccellini blu, sulle celebri note di
    “Over the rainbow”. È la porta dipinta di Arcobaleno che attende tutte le persone “diverse” che non si sentono accettate nella quotidianità in cui vivono.
    L’idea della storia che voglio raccontarvi nacque sette anni fa, da un articolo che lessi diversi sulla rivista Donna Moderna:
    https://www.donnamoderna.com/news/societa/le-refuge-francia-accoglienza-ragazzi-gay

    “Mia madre mi chiuse la porta in faccia perché sono lesbica” raccontava una ragazza lesbica. La cosa mi fece riflettere. Anche io ero andata a vivere da sola sin dai miei 18 anni, e non per mia scelta. Mia madre non mi aveva esattamente chiuso la porta in faccia, come era successo a questa giovane donna… il nostro era stato piuttosto un civile armistizio: ci eravamo guardate in faccia e ci eravamo dette che non eravamo in grado di vivere insieme
    senza vomitarci insulti addosso. Io non ero assolutamente in grado di vivere da sola: non ero autosufficiente, non ero in grado di provvedere a me stessa, di prendermi cura di me stessa e non ero nemmeno (ad essere proprio onesta) del tutto stabile mentalmente. Però avevo una casa (cosa rara al giorno d’oggi!), e i miei mi ci spedirono per direttissima, pur sotto la loro diretta supervisione. Imparai a stare da sola, a fare la vita da “single”, da
    studentessa universitaria/ mantenuta / figlia di papà con genitori a distanza (cioè in realtà a cinquecento metri di distanza ma di fatto non presenti), chiedendomi cosa esattamente avessi fatto di male nella vita per essere considerata una “figlia degenere” e “ribelle”… oddio, una cosa l’avevo fatta: ero passata da essere la figlia secchiona dai voti alti ad essere la figlia che voleva fare l’attrice.
    Attrice io, lesbica lei, risultato medesimo: entrambe fuori di casa, e tanti saluti. Per me il rifugio: una casa vuota, senza la possibilità di ospitarci coinquilini o fidanzati, ma con le bollette pagate. Per lei, una casa piena di persone con vissuti simili, con le quali condividere un’esperienza di vita, farsi coraggio, trovare la spinta per ricominciare. Per me, niente famiglia accanto, eccetto i miei amici. Per lei, una nuova famiglia arcobaleno.
    Chi stava meglio… lei o io? E se una come me si fosse finta… lei? Se fossi andata anche io nel Rifugio LGBT… e avessi il suo posto? La sua… identità, magari? Così, da questa fantasia, nacque il seme della mia storia. Dopo anni, ho deciso di farla leggere a Corrado…
    che, generosamente, ha voluto darmi la possibilità di condividerla con voi. Ed io… beh, spero vi piaccia.
    Questo romanzo è una sfida. Ogni capitolo è pensato per essere il racconto di uno dei giovani protagonisti. Un romanzo (come si dice in gergo letterario) “corale”, dunque. Lavorando a stretto contatto con i ragazzi (come insegnante), e in particolar modo
    con gli dolescenti, spero che, vivendoli giorno per giorno, io sia stata almeno in parte in grado di saperli comprendere, capire e dipingere, e di saper riprodurre almeno in parte il loro linguaggio,

    il loro modo di parlare e di pensare, e soprattutto quello di amare. Ho cercato di cogliere le loro sfumature e di portarle su carta (magari romanzandole un po’) nei miei personaggi.
    Ringrazio tutti loro per avermi data l’ispirazione. Il sito del premio Annoni di Corrado pubblicherà ogni settimana due capitoli della storia del Rifugio. Spero possiate seguire la mia storia e vogliate inviarmi le vostre impressioni, le vostre critiche e i vostri consigli… ognuna di queste cose sarà bene accetta!

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    CAPITOLO 1

    Rifugio
    Tutti abbiamo una nostra identità e siamo tutti differenti l’uno dall’altro.
Oggi è morto un ragazzo a Milano; i giornali dicevano “suicidio” e ancora “oggetto di
molestie da parte di alcuni bulli”. In realtà… questa non è che la superficie della
verità. Perché nessuno racconta che quel ragazzo è stato preso di mira per il proprio
modo di essere, perché voleva esprimere la propria identità. Ecco, oggi il mio
pensiero si rivolge a lui, e al transessuale trovato massacrato vicino alla stazione
Termini di Roma qualche giorno fa, e alla 20enne picchiata dai genitori perché
lesbica a Pesaro.
E poi, a furia di pensare, il mio pensiero viaggia oltre, più distante, e arriva a Lucas,
ragazzino di 13 anni che si è tolto la vita, suicidandosi nel suo paese, Golbey, in
Francia; o ancora a Melania Geyamont e alla fidanzata Chris, picchiate a sangue da
un gruppo di ragazzi perché avevano rifiutato di baciarsi davanti a loro.
Il mio pensiero oggi va a tutti loro e a tanti altri che, trincerati dentro al proprio
silenzio, ogni giorno cercano di andare avanti, che hanno paura di mostrarsi, e
preferiscono indossare la maschera che la società vuole fargli indossare, perché si
credono… sbagliati. E io… beh, anche io ero un* di loro.

    Dicono che per raccontare bene una storia bisogna cominciare dall’inizio. Ebbene, il primo ricordo che ho di me da bambino è quando guardavo i vecchi film assieme alla nonna, sul divano. Il Mago di Oz era uno dei miei preferiti.
    Judy Garland cantava : Somewhere over the rainbow. Sono sicuro che tutti conoscano questa canzone, o che l’abbiano ascoltata almeno una volta. Ma sono altrettanto certo che non tutti ne comprendano il vero significato…
    Il testo dice più o meno così: Da qualche parte sopra l’arcobaleno, proprio lassù, ci sono i sogni che hai fatto una volta nel tempo di una ninna nanna…da qualche parte sopra l’arcobaleno volano uccelli blu e i sogni che hai fatto diventano davvero realtà.
    Nella storia Dorothy fuggiva da casa sua, un mondo triste in bianco e nero, per tuffarsi nella realtà di una terra di fantasia, Oz, popolata da spaventapasseri e leoni parlanti, da streghe e da fate.
    Ora, come forse saprete, Fata in inglese si dice “Fairy”; eppure non tutti sanno che questa stessa parola è stata usata, nello slang americano, per definire un ragazzo gay. Nel tempo ho scoperto che sono tantissime le definizioni con cui venivano e vengono definiti persino coloro che sono ancora in cerca… di una definizione. Io stesso non sapevo bene chi ero, o chi volessi essere, quando arrivai a Padova, un anno fa. Non sapevo bene perché fossi lì o quando me ne sarei andato. L’unica cosa che avevo, era un biglietto con su scritto un indirizzo, che mi aveva guidato fino a quella porta color arcobaleno.
    Oh, accidenti, sto di nuovo perdendo il filo del discorso… allora… incominciamo da capo: Salve a tutti. Mi chiamo Francesco, e vengo dalla Puglia. Oggi sono qui per raccontare una storia. Sì, perché il mio insegnante di regia ripete sempre che si devono girare i film soltanto quando si ha una storia da raccontare. Ecco, io credo di averne una. E la mia storia inizia qui…

    Avevo 17 anni, ed ero venuto a Padova per la prima volta: il mio sogno era quello di diventare, un giorno, un regista di cinema. Un sogno che non avrei mai potuto realizzare, se fossi rimasto nello sperduto paesino della Puglia in cui ero nato.
    Così una mattina infilai nello zaino lo stretto indispensabile, presi la mia Panasonic e salii sul primo pullman per Foggia. Da lì sarei potuto andare in qualsiasi città. Così alla stazione alzai gli occhi sul tabellone dei treni in partenza e lessi “Padova” e pensai: perché no?
    In effetti, non avevo pensato… semplicemente comprai un biglietto e… partii. Avevo lasciato due righe ai miei genitori, dicendogli che avevo ottenuto una borsa di studio a Padova… il che non era assolutamente vero.

    Sceso alla stazione, mi sentii sperduto, mi guardavo intorno e tutti quei visi estranei mi pareva guardassero proprio me… e che mi giudicassero. Camminai e camminai…non so per quanto. Non sapevo nemmeno dove andare. Poi mi si avvicinò un ragazzo, un punkettone che vestiva jeans strappati e una maglietta di Che Guevara, che mi mise in mano il volantino di un qualche locale. Non sapendo cosa fare (mi era anche venuta fame!) decisi di impostare quella destinazione sul navigatore del mio cellulare… del resto, non avevo in mente un altro posto dove recarmi. In effetti, ero partito senza un piano preciso.
    Ma, mentre camminavo per le vie di Padova, in cerca di quel locale (che non trovai mai) mi imbattei in un posto. È strana questa cosa, un po’ come su quel libro di Harry Potter, quando appare la stanza nel preciso momento in cui ne hai bisogno… ecco, a me apparve… quella porta color arcobaleno. Suonai il campanello e mi aprì una donna paffuta, dall’aria simpatica. Mi disse “buonasera” e poi mi chiese se avessi bisogno di aiuto. Allora, non so perché, ma scoppiai a piangere. Perché solo dopo che quella donna me l’aveva domandato avevo capito di averne bisogno. Lei non si scompose, ma mi diede un fazzoletto, e poi -con l’aria di chi lo aveva fatto già molte altre volte prima- mi fece entrare in una stanza, dove erano seduti in circolo alcuni ragazzi e ragazze. Una donna mi salutò, invitandomi a prendere posto su una delle sedie rimaste vuote. Obbedii, senza dire una parola. Nessuno mi chiese niente.
    Nessuno mi stava fissando. Ero semplicemente lì, tra di loro, e così ascoltai. Ascoltai le loro storie, prima ancora di conoscere i loro nomi. Non ricordo chi parlò per primo, o cosa dissero di preciso, ma seppi fin da subito una cosa: lì, con loro, in quel momento, io mi sentivo per la prima volta a casa.
    Fu allora che capii. Non ero venuto a Padova per caso. Ero venuto a Padova per essere me stesso. Omosessuale.
    Qualche volta mi chiedo cosa sarebbe successo se quella sera avessi trovato una discoteca, anziché la porta arcobaleno.


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    CAPITOLO 2 – GIULIA

    Farfalle
    Ci sono persone che ti fanno sentire chi sei… con cui stai bene, e riesci a ridere, e a scherzare, e ad essere te stessa. E non hai paura che possano farti del male, approfittare di un momento di debolezza per…
    Ma ci sono altre persone. Quelle che ti giudicano, quelle che ti mortificano, che ti fanno dimenticare chi sei a causa di tutte le maschere che pretendono tu indossi ogni giorno per loro. È da quelle persone che bisogna scappare. E da quelle persone io stavo scappando.
    Sono arrivata a Padova un anno fa. Avevo preso la mia chitarra e poco altro, ed ero partita. Cioè, avevo fatto le valigie ed ero arrivata alla stazione.
    Poi, quando era stato il momento di scegliere il treno da prendere, ero entrata in palla… non sapevo cosa fare… ma poi… avevo seguito una farfalla … era così bella, spensierata… e libera. Ho pensato: se salgo sullo stesso treno di quella farfalla, forse anche io ne uscirò di nuovo bella, spensierata… libera. E così salii sullo stesso treno dove era salita lei. Passai il viaggio a guardare il panorama cambiare, mi scorreva davanti, come la pellicola di un vecchio film dai colori sbiaditi, fotogramma dopo fotogramma, insieme ad altre immagini… flash…di quella notte. Soltanto una voce mi fece riscuotere dai miei pensieri:
    “Biglietti, per favore”.
    Merda. Corsi a nascondermi nel bagno del treno, quando era passato il controllore; perché io, il biglietto non ce l’avevo. Rimasi in quel bagno per il resto del viaggio.
    Per ammazzare il tempo avevo fatto un test di gravidanza. Era tipo il decimo che facevo. Speravo ogni volta in una risposta diversa e invece… quel piccolo segno più sorrideva felice sulla casella bianca, come se dicesse “hey, io ci sono! Potevi pensarci prima, non puoi farci niente, ormai, fattene una ragione”.
    “PROSSIMA FERMATA : PADOVA” annunciò in quel momento la voce pre-registrata di Trenitalia. Uscii dal bagno, e quasi andai a sbattere contro l’uomo in divisa: “Mi scusi, è la mia” balbettai, quindi sfrecciai verso il porta-oggetti dove erano le mie cose, le afferrai e scesi dal treno al volo. Già… la “mia” fermata. E ora che faccio? Mi domandai. In realtà avevo un piano… nell’ultimo mese ne avevo articolato uno che sembrava perfetto: mi ero costruita una nuova identità. Da ora in poi mi sarei chiamata Sara, ragazza lesbica fuggita a causa di due genitori snob, intolleranti e omofobi. Beh… non era poi una bugia completa. In effetti i miei erano, al cento per cento, delle persone difficili, lo erano sempre stati. Solo che per loro io ero la figlia perfetta, la principessina di casa. Almeno fino a qualche giorno prima.
    Non avevano accettato che le cose, questa volta, fossero andate… diversamente da quello che speravano… no, da quello che avevano “programmato” per me.
    Mi sforzai di non pensare a loro, quindi mandai giù le lacrime e presi a camminare, guidata da google maps, verso la mia destinazione. La verità è che avevo paura. Non sapevo chi o cosa avrei trovato ad accogliermi, speravo solo che la mia bugia reggesse… almeno per un altro po’. Nel frattempo avrei pensato a cosa fare, a dove sarei andata. Avevo dei cugini, da qualche parte, in Inghilterra… avrei provato a
    contattarli. Magari mi avrebbero aiutata. Inspirai profondamente, strinsi la cinghia della chitarra nella mano, e quando espirai cercai di far uscire fuori da me ogni dubbio o incertezza. L’unica cosa importante, ora, era il bambino. Misi una mano sulla pancia, istintivamente, come a proteggere l’unica cosa certa che avevo, in quel momento. Quasi a fare eco ai miei pensieri, proprio in quell’istante una macchina si fermò al semaforo, col finestrino abbassato, e una musica rock fuoriuscì dall’abitacolo… una canzone dei Muse che conoscevo bene, Butterflies & Hurricanes. Il testo dice più o meno così:
    cambia
    tutto quello che sei
    e tutto quello che eri
    il tuo numero è stato chiamato
    combattimenti e battaglie sono cominciati
    la rivincita arriverà sicuramente
    i tempi difficili devono ancora arrivare

    il migliore,
    devi essere il migliore
    devi cambiare il mondo
    e utilizzerai questa opportunità per essere ascoltato
    è il momento giusto

    non
    buttarti giù e non lasciarti andare
    è arrivata la tua ultima opportunità

    il migliore,
    devi essere il migliore
    devi cambiare il mondo
    e utilizzerai questa opportunità per essere ascoltato
    è il momento giusto.

    Sorrisi. Chissà… forse anche la mia farfalla era scesa a Padova.

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    CAPITOLO 3 – FRANCESCO

    La ragazza con la chitarra

    Sara era in fuga da tutto e da tutti. Dai suoi genitori, dalla sua città e, come forse tutti noi del resto, da se stessa. Erano le sei di pomeriggio di un venerdì quando arrivò al Rifugio; me lo ricordo bene, perché ero io a parlare nel cerchio, in quel momento.

    Quella mattina avevo fatto coming out con mia sorella ed ero molto felice; il fatto è che mi aspettavo una reazione diversa, ed invece avevo trovato una persona dalla mentalità apertissima. Mi disse che lo aveva sempre saputo, e che a lei non importava chi io amassi, purché amassi prima di ogni altra cosa me stesso. Parlarle mi aveva fatto sentire bene, più leggero, ma… non ero ancora pronto a farlo con i miei genitori. Non so bene cosa aspettassi… un segno, forse. O magari soltanto un pizzico di coraggio.

    Non che avessi paura di essere gay. Io avevo paura di perdere l’amore di chi mi aveva sempre voluto bene: se ne sentivano, di cose del genere…

    il Rifugio accoglie ragazzi tra i 18 e i 30 anni, non accettati e spesso abbandonati dai genitori, le loro situazioni erano… beh, complicate. Mentre io ero solo un ragazzo di 17 anni che aveva baciato il suo migliore amico e poi era scappato via, incapace di viverne le conseguenze, buone o cattive che fossero.

    La cosa poi che mi terrorizzava, sopra tutte le altre, era il rifiuto. Essere rifiutato, odiato persino dalla società non mi pesava così tanto. Ma cosa succede quando a discriminare è proprio la famiglia, quando l’odio cresce dentro le mura di casa? Se ne sentono tante di storie così… Sei omosessuale? Ti rifiuto.

    Insomma, stavo parlando più o meno di questo quando Deborah, la receptionist, bussò alla porta. “C’è la nuova ospite”, disse. La dottoressa Corsini la fece immediatamente entrare. Era una ragazza esile, con i capelli corti tinti di blu e due grandi occhi castani, che si guardavano intorno, senza soffermarsi su niente e nessuno. Sulle spalle portava una chitarra, che sembrava quasi farle da “guscio” di protezione, come una lumaca… o una tartaruga; lei reggeva tra le mani la cinghia della custodia come se quella chitarra fosse la sua unica certezza.

    La Dottoressa le indicò una sedia vuota proprio a fianco a me, invitandola a sedersi: 

    “Lui è Francesco, e sarà il tuo compagno di stanza”

    “Tutti mi chiamano Chicco” le sorrisi, porgendole la mano “Sono stra-contento che sei arrivata, sono felice di avere una compagna di stanza, a volte mi trovo a parlare da solo con la parete!”

    “E preparati, perché lui parla tanto” commentò Nick. Vi parlerò di lui più avanti; vi basti sapere, per ora, che il nostro rapporto d’amicizia si basava su schermaglie simili: lui era uno che urlava al mondo di essere gay mentre io… beh, io non lo urlavo. Nemmeno sussurravo, in effetti, al di fuori del Rifugio.

    “Loro sono Jessica, Nicola, Gennaro, Angelo e Martina”

    La dottoressa presentò gli altri coinquilini della casa. Tutti rivolsero a Sara un gran sorriso…  eccetto Jess: lei non sorrideva tanto spesso. Era un po’ come i gatti, ti dava affetto se e quando voleva lei. Dal suo sguardo, in quel momento, capii che stava ponderando se fidarsi o meno di quella nuova new entry.

    Sara rispose con un timido “ciao”, quindi il suo viso perse un po’ di colore, e si appoggiò alla sedia come se stesse per svenire. Mi alzai prontamente per sorreggerla… il che non fu poi così semplice, dato l’ingombro della chitarra.

    “Hey, tutto bene?”

    “Io… sì… scusatemi… devo essere soltanto un po’ stanca, dopo il viaggio e dopo… beh, dopo tutta la situazione” 

    Sara fissò la dottoressa, che le rispose con uno sguardo comprensivo:

    “Ma certo, ma certo, è normale. Chicco, vuoi accompagnare la tua nuova compagna nella vostra stanza?”
    “Ma certo!” sorrisi. In realtà ero davvero gasato dalla presenza di Sara, che mi era stata simpatica al primo sguardo.
    Quasi la trascinai per il corridoio, tanto ero impaziente di mostrarle la stanza… le sarebbe piaciuta? Speravo di sì. Le avevo anche preparato il letto mettendoci alcuni cuscini a forma di cuore, con i glitter. Lo so, lo so, come gay sono un po’ un cliché.

    “Allora, ti piace?” le domandai, appena mosse il primo passo nella camera. Sara si guardò intorno spaesata, soffermando lo sguardo sulle coperte e gli ornamenti della stanza.
    “E’ così…” esitò per un istante.
    “Sfavillante? Glamour” suggerii io.
    “…così ROSA!” concluse.
    “Non ti piace?” le domandai dispiaciuto.
    “No, sì… io…”
    “Sai, la ho arredata completamente da solo” risposi, quasi a giustificarmi per tutto quel rosa. 

    Sara fece un passo verso il mio letto, prendendo in mano uno dei pupazzi che c’era sopra, a forma di gatto. Io lo definivo “gatto spiaggiato”, data la posizione con le zampette aperte.

    “Mi piacciono i gatti” mi sorrise.
    Ricambiai il sorriso, felice che si stesse, finalmente, sciogliendo.
    “Quello invece è il tuo letto” le indicai.
    Sara fece un passo incerto, avvicinandosi con cautela.
    Quindi, delicatamente, si tolse la chitarra dalla schiena (era ora!) e si sedette sul letto.

    “Comodo” stabilì.
    “Sì, il Rifugio è un posto confortevole” confermai.
    “Hai fatto questo per me?” domandò, facendo un piccolo cenno ad indicare le coperte e i cuscini.
    “Sì, beh… volevo darti il benvenuto… non intendevo…”
    “E’ bellissimo. Grazie” mi sorrise di nuovo.
    “Allora, Sara… raccontami tutto di te!”
    “Io… non credo di essere un soggetto così interessante…”
    “Come mai sei venuta qui al Rifugio?”incalzai.

    Sara si rabbuiò immediatamente:
    “Io… avevo bisogno di un posto sicuro… dove poter pensare un po’”
    “Ti capisco. Anche io avevo bisogno di allontanarmi dalla mia famiglia per riflettere.
    “E ci sei riuscito?”

    Mi avvicinai per sedermi di fianco a lei:
    “Beh, vedi, il mio coming out è stato piuttosto… silenzioso. Anzi, letteralmente”
    Sara mi guardò:
    “Non lo hai detto ai tuoi? Perché?”
    “Perché dove vivo io, in Puglia, le famiglie sono estremamente cattoliche, e… voglio dire… i miei già mi vedono sposato e con figli. E a me si spezza il cuore se penso di deluderli. Loro… hanno sempre riposto in me grandi aspettative.”
    Lei mi osservò, comprensiva:
    “È; il problema dei genitori. Ripongono sempre troppe aspettative sui propri figli.” Rispose, e notai che la sua voce si era rotta, per un istante. Capii che non doveva essere stato facile per lei. Cauto le misi un braccio attorno alle spalle; lei mi lasciò fare. Notai allora che stava tremando:
    “Ehi, ehi. Ora sei qui al sicuro, tranquilla. Stai tremando…”
    “Io… sì, credo di aver preso un po’ di freddo”.
    “Ecco, copriti con questa!” feci, porgendole una coperta.

    In quel momento bussarono alla nostra porta.
    “Devono essere i ragazzi…” le dissi, andando ad aprirla. Non la avevo ancora aperta completamente che Nick, Jess, Martina ed Angelo si fecero largo nella stanza. Si vedeva che erano curiosi da morire di saperne di più su Sara.
    “Allora, siete pronti?” domandò Nick.
    “Pronti… per cosa?” fece Sara, confusa.
    “Oh mio Dio, sono già le sette, dobbiamo vestirci!” raggiunsi di scatto l’armadio e lo aprii.

    “Ci avrei scommesso che non saresti stato pronto” commentò Jess, con le braccia incrociate.
    “Cinque minuti…” mi scusai, mentre affondavo le mani nel mio guardaroba, incapace (come sempre) di decidere cosa indossare.
    Nick, comprendendo che ci avrei messo ben più di cinque minuti, prese posto sul mio letto, usando i miei pupazzi come cuscini:
    “Allora, come ti trovi nella camera di Barbie?, ti ha già ammorbato di chiacchiere?” domandò a Sara.
    “Io, no… non credo…” si difese lei. 
    “In che senso non credi? È una domanda semplice: sì o no” incalzò Angelo.
    “E datele un attimo di respiro!” commentò Jess, alzando gli occhi al cielo. 
    Buon segno: evidentemente Sara cominciava a starle simpatica. O semplicemente a “starle”.
    “Comunque sia, sbrigatevi, che se no ci perdiamo l’inizio dello show” continuò Nick, scattando in piedi.

    Mi infilai rapidamente una giacca glitterosa e mi osservai allo specchio, soddisfatto del risultato.
    “Andate a vedere uno show?” chiese Sara.
    “Andiamo, vorrai dire. Ormai sei una del gruppo” le sorrise Angelo. Poi, prima che lei potesse replicare, continuò:
    “E’ un posto molto particolare, sai? Una specie di club privato… un incrocio fra un caffè chantant e una discoteca. Ti divertirai”
    “Ma… ci è permesso di uscire?” domandò Sara, confusa, cercando il mio sguardo.
    “Certo che sì, mica siamo in carcere, qui” le rispose Martina.

    Notai che Sara era ancora seduta immobile sul letto:
    “Hey, non sei ancora pronta?”
    “Io… non ho nulla con cui cambiarmi… sono arrivata così, di corsa…” si giustificò abbassando lo sguardo. “Ma non è un problema, io resto qui. Starò bene” 
    “Non esiste!” risposi, categorico, quindi le presi la mano e la feci alzare in piedi, trascinandola nella cabina armadio: “Vieni qui, sono sicuro che troveremo qualcosa della tua taglia!”
    “E sarà sicuramente qualcosa di molto sobrio” scherzò su Nick.

    Frugai tra le mie cose e finalmente trovai quello che cercavo: una felpa rosa con su stampato “I am a cat” che aveva attaccato un cappuccio con le orecchie da gatto.
    “Ti starà da paura!” le sorrisi, porgendogliela.

    Sara la prese ma poi si fermò, titubante, come concentrata su qualcosa. Ma, quando ormai pensavo che mi avrebbe semplicemente restituito la maglia e che sarebbe rimasta in stanza, se la infilò così, senza nemmeno togliersi la canotta nera che aveva già indosso.

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    CAPITOLO 4 – JESSICA

    Flexo

    Mi piaceva il Flexo. Potevi ballare, bere qualcosa (i cocktail erano super!), potevi chiacchierare… e a volte c’erano degli show. Quella sera c’era un evento: Drag VS Burlesque. Luana ci aveva riservato un tavolo, lo faceva sempre… oh, a proposito, Luana è una trans, ed è un po’ una icona del locale… anzi, del quartiere: tutti la conoscono e lei conosce tutti. E poi sembra avere mille occhi, appena qualcuno mette anche solo un piede al Flexo, lei è già lì pronta per fare gli onori di casa. Non è soltanto nostra amica, ma in qualche modo fa da chioccia a noi ragazzi del Rifugio.

    E così anche quella sera: sul palco si stava esibendo una drag vestita e truccata come Marylin Monroe, in abito rosa e perle, che cantava “Diamonds are a girl’s best friends.

    “Benvenuti a voi” ci salutò Luana, dall’alto dei suoi quasi due metri con i tacchi : “Y la chica chi è?” aggiunse poi, guardando Sara.

    “L’ultima arrivata. Non sappiamo molto di lei, però contiamo di farla bere abbastanza da farcelo raccontare” scherzò Nick. 

    “Piacere… Sara” si presentò imbarazzata.

    “O mio Dio, se arrossisci per così poco forse non dovresti vedere il prossimo show…”

    Non appena Luana ebbe finito di pronunciare queste parole, ecco che sul palco apparve una sinuosa ragazza dai capelli corti che mi ricordò un po’ Liza Minnelli; solo che questa, anziché cantare, ballava e si spogliava. Decisamente il mio genere di show. Mi sedetti al solito tavolo, e anche gli altri presero posto.

    “Allora, cosa prendete?, il primo giro lo offre la casa” continuò Luana, facendoci l’occhiolino. Istintivamente mi voltai a guardare Sara, che però sembrava come ipnotizzata dallo show che era sul palco.

    “Carina, vero?” ammiccò Luana.

    Un applauso impedì a Sara di rispondere.

    “Oh, accidenti, tocca a me!” sbuffò Luana, ravviandosi i capelli (o, meglio, le extensions); quindi fece un cenno ad Andy, il barista:

    “Un giro di Cosmo per questi qui… oggi dobbiamo festeggiare una new entry… e il futuro grande assente” disse poi, inviando un bacio con le dita ad Angelo.

    “E’… il tuo compleanno?” chiese Sara, confusa.

    “No, è che domani devo andare via…”

    “Via… dove?”

    “Via dal Rifugio. Il mio tempo, qui con voi, è finito”

    “Hey, niente malinconia per stasera!” lo rimproverò Martina “Oggi dobbiamo pensare solo a festeggiare e a goderci la nostra NON ultima serata insieme”

    “Hai ragione” le sorrise Angelo.

    “Allora, questi Cosmo?” intervenne Juan, sbracciandosi verso Andy.

    “Arrivo, arrivo” bofonchiò lui, con la tipica stanchezza di chi ha appena cominciato la serata ma che vorrebbe che fosse già finita. Credo che se fossi al suo posto e facessi quel lavoro, smetterei di bere… l’odore di alcool deve dare la nausea dopo un po’, a furia di shakerare e mettere ombrellini. O magari no… magari alla fine ti sbronzi soltanto annusandole, le cose. E allora sì che la vita ti sembra sempre più bella.

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    Intervista al vincitore-Fortunato Calvino

    Il vincitore in lingua italiana ex aequo della terza edizione del Premio Carlo Annoni, nel 2020, è stato Fortunato Calvino, con il suo testo La resistenza negata. Esso verrà rappresentato nel Festival Lecite/Visioni di quest’anno, il 22 maggio 2021, presso il Teatro Filodrammatici di Milano e a cura del Premio Carlo Annoni: un segnale di ripartenza per il teatro, che sta attraversando un periodo sofferente.

    Fortunato Calvino è filmmaker, regista, autore drammatico pluripremiato: ha vinto, tra gli altri, il Premio Giuseppe Fava nel 1995, il Premio Enrico Maria Salerno e il Premio Girulà nel 1996, il Premio Speciale Giancarlo Siani nel 1997, il Premio Teatri della Diversità nel 2001, il Premio Calcante nel 2002 e nel 2009, con i suoi testi Cravattari, Maddalena, Malacarne, Adelaide, Cuore Nero.

    Le sue opere sono state rappresentate con successo in molti teatri nazionali e internazionali.

    Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema? 

    Il Premio Carlo Annoni colma un vuoto “drammaturgico” in un paese come il nostro pieno di contraddizioni e dove da alcuni anni si è tornato fortemente ad odiare il “diverso”. A tentare di metterlo ai margini della società.  Il tentativo credo sia fallito grazie alle Associazioni che lottano contro l’omofobia, grazie anche alla cultura, al cinema e al teatro, dove finalmente il cliché degli anni ’70 sparisce dando un’immagine più reale del mondo LGBTQI. E’ lunga la via, e crescente l’intolleranza che avvelena  ora il nostro paese (e non solo il nostro). Questo tema dipende soprattutto dalla politica (soprattutto quella di destra), che istiga ad odiare il diverso, facendo così aumentare l’intolleranza, e la violenza. In questo contesto un premio drammaturgico come  l’Annoni dà la possibilità a tanti autori di poter scrivere su un tema fino a qualche anno solo di nicchia. Oggi più di ieri esiste un pubblico trasversale che s’interessa  molto a queste tematica, un pubblico che fino a quando la pandemia non è scoppiata riempiva le sale dei teatri. Ora purtroppo vuote.

    Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria?

    Arrivato a Milano ho trovato una città affollata, vivace. Ma quando sono tornato in albergo, che era nei pressi della Stazione Centrale, ho scoperto di essere l’unico ospite in quella struttura creandomi un certo disagio. E confesso che quella notte non sono riuscito per niente a dormire.   

    Che cosa ha significato per te la vittoria del premio Carlo Annoni?

    Un riconoscimento a una lunga militanza su questi temi dove ho scritto altri testi come: La Camera dei ricordi portato in scena proprio a Milano nel 1995. Un Premio teatrale come l’Annoni in un contesto come il Piccolo Teatro è una bella gratificazione per chi scrive e che si dedica da tempo a queste tematiche e non solo a queste. E anche un aiuto a trovare una produzione e probabilmente La Resistenza Negata in estate andrà in scena.    

    Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo?

    Mi sono sempre posto un obiettivo, quello di toccare tematiche intoccabili, scomode, oppure temi che sono nella attuale società ancora un tabù: e questo mi ha portato a essere un autore che si è conquistato un suo personale spazio nel mondo della drammaturgia. Questo è il mio consiglio, quello di tenersi lontano dalle solite dinamiche, ma cercare di essere unici nelle tematiche che affronti.   

    Cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

    Mi aspetto che tutto questo termini e si torni a teatro… e questo accadrà, non subito certo. Questa Pandemia ci ha fatto capire come siamo fragili. Che dovremmo amare di più questa nostra terra; io in questo tempo non ho smesso di scrivere e credo che per i prossimi anni saranno tanti i testi teatrali che parleranno di questo terribile momento che tutto il mondo sta vivendo.

    Intervista al vincitore-Joseph Aldous

    Joseph Aldous ha vinto con il suo testo Get Happy come miglior autore in lingua inglese per il Premio Carlo Annoni nel 2020.

    Joseph Aldous è uno scrittore e attore. Ha completato il Soho Writers’ Lab nel 2018-19, durante il quale ha scritto la sua prima drammaturgia, Get Happy. Ha anche fatto parte del Soho Writers’ Alumni Group nel 2019-20 e recentemente ha sviluppato una seconda drammaturgia commissionata dalla Oxford School of Drama.

    Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità, e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema?

    Credo sia importante ribadire che la diversità non è qualcosa di “usa e getta”- una delle ragioni per cui la diversità e la sua continuativa rappresentanza sono così importanti è perché tante voci sono state e continuano a essere tagliate fuori dal dialogo, che stiamo toccando solo la superficie; ma penso che la gente si senta così a volte poiché in teatro e tv c’è stato un certo tipo di racconto e quindi ecco fatto, lavoro finito. Noi abbiamo bisogno di più storie, più protagonisti, più parole. È necessario che essa continui a crescere.

    Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria?

    Quando l’ho scoperto ero nel ristorante dove lavoro. Ho visto un’email in cui mi rifiutavano per un’altra cosa e ho pensato “Perfetto, un’altra volta, avanti così”- e poi quindici minuti dopo ho ricevuto una mail dove mi si diceva che avevo vinto. Che capovolgimento! Poi il mio amorevole principale ha versato per noi del vino alla fine del turno e mi sono sbronzato il giusto.

    Che cosa ha significato per te la vittoria del Premio Carlo Annoni?

    È stata una cosa davvero meravigliosa. Più di tutto, mi ha dato confidenza e speranza che il mio lavoro può piacere alle persone e può dire loro qualcosa. È la prima drammaturgia che avevo scritto e tutti quelli del Premio Carlo Annoni mi hanno supportato moltissimo riguardo a esso, quindi è stato davvero speciale per uno scrittore come me, in erba.

    Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo?

    Penso di non essere assolutamente la persona giusta nel dare consigli, a questo punto! Ma il consiglio che do a me stesso (a quasi tutte le ore) è di seguire il mio istinto e scrivere cosa sai di voler vedere. Gli altri aspetti si aggiusteranno da sé- ma lì è dove c’è la tua essenza.

    (Penso.)

    (Spero.)

    Cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

    Penso che non sarà facile per un po’ di tempo- mi sto preparando a questo. Ma spero che questo calderone porterà a qualche cambiamento necessario. Questa situazione ha reso chiara così tanta bruttezza radicata nella nostra società, che spero che quando andremo oltre il momento presente, lo ricorderemo e lavoreremo per un futuro più gentile e pieno d’amore. E che nessuno voterà mai più per il partito conservatore. Grazie!

    Intervista alla vincitrice-Laura Fossa

    La seconda edizione del Premio Carlo Annoni, nel 2019, ha visto come vincitrice in lingua italiana Laura Fossa, con il suo testo Shalom, il quale, come ci ha raccontato l’autrice stessa nell’intervista, tratta di Amore Universale.

    Durante la sua carriera Laura Fossa ha seguito il corso di teatro condotto dall’attrice e regista Franca Fioravanti, dal 2014 al 2018 i corsi di teatro delle “Officine Teatrali Bianchini” e, dall’ottobre 2013 a oggi, le lezioni di scrittura drammaturgica “In aria sottile” tenuti dal drammaturgo Marco Romei.

    Inoltre è stata tre volte vincitrice del Concorso Nazionale di Poesia “Luigi Cardiano” con la poesia La Maschera nel 2014, la poesia Psichedelia nel 2015, e il soggetto teatrale intitolato Il Giardino nel 2016.

    Tra i suoi testi messi in scena, Il Giardino nel 2017 dalla Compagnia Teatrale “Officine Teatrali Bianchini” e diretto da Alberto Bergamini, e nel 2019 Shalom al Teatro dei Filodrammatici nel contesto del Festival “Lecite/Visioni”, promosso dallo stesso Premio Carlo Annoni.

    Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema?

    La diversità, in ogni sua forma e in ogni campo dell’esistenza, di primo impatto spaventa. Sempre. E la ragione è perché non si conosce. Poi quando ci si avvicina, si analizza e si vede che non c’è nessun pericolo si trasforma in quotidianità. È quindi importante dedicare un premio a questo tema proprio per farlo conoscere, per diffonderlo, per fare capire che la diversità, come è naturale che sia, esiste, ma che tutti siamo uguali di fronte all’Amore e che tutti abbiamo il diritto di viverlo in totale libertà senza nasconderci, senza rinunciare, senza negarlo, senza uccidere noi stessi.

    Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria?

    Ho ricevuto la mail di Corrado che mi annunciava la vittoria quando mi trovavo ancora in ufficio. Sono corsa in sala riunioni dove sapevo che non avrei trovato nessuno, ho aperto la finestra e ho urlato di gioia. La gente che passava in strada ha tirato su la testa e i miei colleghi sono corsi a vedere se stavo bene. Avevo vinto il primo premio. Per me è stato come vincere un Oscar!

    Che cosa ha significato per te la vittoria del Premio Carlo Annoni?

    Per me vincere il Premio Carlo Annoni ha significato davvero tanto. Sono fiera di questa vittoria. La giuria era formata da nomi illustri della scena drammaturgica e letteraria, nazionale e internazionale, ed essere stata giudicata dagli esperti di settore la migliore tra tanti altri autori e testi di grande valore non poteva e non può che rendermi orgogliosa di aver vinto. Mi ha dato l’opportunità di poter far conoscere a più persone la storia di Shalom, una storia a cui tengo molto e che parla d’amore. Di Amore Universale.

    Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo?

    Il primo consiglio che posso dare è che non serve solo sapere scrivere bene e voler raccontare storie ma bisogna apprendere la tecnica della scrittura drammaturgica attraverso tanti esercizi, leggendo testi teatrali di tutte le epoche, mettendoli a confronto e  analizzandoli a fondo. Conoscere i drammaturghi e sapere captare i loro segreti; come per esempio la teoria di Mamet, che attraverso tre leggi fa si che la storia si racconti da sola. Per quanto riguarda la parte creativa, che è quella che più mi piace, non ci sono regole fisse ma seguo quello che sento dentro: vedo i personaggi, l’ambiente in cui si muovono e le musiche che fanno da sfondo, e le dita scorrono sulla tastiera  descrivendo quella scena che io in quel preciso momento sto vivendo. Io sono sul palco e sono ognuno di loro. Posso sentire il loro cuore agitarsi, correre veloce, calmarsi, spegnersi anche. Percepisco i loro gesti ancora prima che li compiano. Sono loro che mi dettano la storia e io la seguo, semplicemente. Ho scritto di tanti personaggi e tutti diversi, con problemi e situazioni lontane da me anni luce e le ho vissute tutte senza perdermene neanche una. Shalom è nato in maniera naturale, fluida. Mentre lo componevo vedevo Shalom muoversi sul palco, agitarsi, gioire, ridere e soffrire, e tutto questo lo facevo insieme a lui. Non importa che la storia sia vera o inventata, per me Shalom, Jack e Jenny esisteranno sempre.

    Che cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

    Ho imparato a guardare non troppo in là nel futuro perché altrimenti si perde di vista il presente. Mi auguro che l’umanità abbia capito che noi uomini non siamo invincibili e che solo andando tutti nella stessa direzione si possono cambiare davvero le cose. Nello specifico per quanto riguarda il teatro mi auguro che presto si possa ritornare a raccontare storie e ad ascoltarle. Perché è anche di questo che l’anima si nutre.

    Intervista al vincitore-Sergio Casesi

    Il premio in lingua italiana dell’edizione 2018 del Premio Carlo Annoni è stato vinto da Sergio Casesi, autore teatrale e musicista milanese pluripremiato, con il suo testo Zeus in Texas.

    Trombettista premiato a livello internazionale, dal 1999 Sergio Casesi ricopre il ruolo di Prima Tromba presso l’Orchestra Regionale Lombarda, I Pomeriggi Musicali di Milano.

    Tra i numerosi premi vinti dall’autore figurano nel 2012 il primo premio nella competizione romana “Anime Nude” presso il Teatro dell’Orologio, con la messa in scena dell’atto unico Traditori, il “Premio per la nuova drammaturgia” del Teatro la Pergola di Firenze nel 2015, nel 2017 l’importante Premio Cendic con #AnAmericanDream.

    Ha lavorato come tutor di drammaturgia per la Biennale di Venezia, per tre anni, nell’ambito di Biennale College.

    Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema? 

    Il tema della diversità è un tema centrale del nostro tempo. Diversità declinata in diversi modi e per diversi mondi che riguarda però sempre il rapporto fra individuo e società, fra individuo e masse. La cura della diversità nell’amore ed in generale nella sfera privata, la sessualità ma anche la politica, o la sfera ideale, spirituale e creativa, è forse la più urgente perché determinante per la vita quotidiana di milioni di persone. Vediamo spesso, in occidente, la legislazione inseguire la società e in paesi come Ungheria, Polonia o Russia un ritorno al dogma dell’odio e della violenza. Nel mondo ci sono poteri che giocano con la vita delle persone ed è compito di tutti i liberi, scrittori e artisti compresi, raccontare, denunciare e battersi per il diritto di vivere non omologati, non costretti, non schiacciati. La battaglia per i diritti civili è quindi una delle battaglie per la libertà dell’uomo e, al contrario di più antiche battaglie vinte ma poi perse per strada, speriamo possa contribuire al progresso dell’intera umanità in maniera duratura e certa. 

    Per tutto questo è necessario il Premio Annoni come necessari sono i pensieri e le parole di tutti coloro che si battono e si sono battuti. Grazie al Premio Annoni, ormai appuntamento internazionale imprescindibile, sempre più persone vengono a contatto con i temi della diversità e sono costrette a fare i conti con se stesse, con le proprie abitudini, con le proprie paure, con le proprie verità. Giovani e famiglie, pubblico e artisti, opinione e politica. Credo fortemente nella creatività come elemento fondamentale per l’affermazione del diritto. 

    Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria? 

    Un aneddoto… Ho scoperto che Carlo Annoni era originario di Agliate, un piccolo borgo in Brianza appoggiato sul Lambro. Paesino a cui sono legato perché la famiglia della mia compagna vive ancora lì e, coincidenze, vicino alla casa degli Annoni. Così, per caso, c’era una traccia nel mio vissuto con quello di Carlo, con al centro la meravigliosa chiesa romanica di Agliate. Con l’organizzazione del Premio ho organizzato quindi un concerto per Carlo Annoni proprio nella Basilica, con amici musicisti tutti legati in qualche modo a quel luogo straordinario. E’ stato un bel momento, ricco e raro. 

    Che cosa ha significato per te la vittoria del premio Carlo Annoni? 

    Il Premio Annoni per me ha significato moltissimo. Ho ricevuto la stima di grandi professionisti, di grandi artisti. Questo è importante quando si dà il massimo, quando si cerca di scrivere e di vivere allo stesso modo. 

    Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo? 

    Ho avuto la fortuna di lavorare come tutor di drammaturgia alla biennale di Venezia per tre anni. E ho conosciuto tanti giovani di molte parti del mondo. Da molti ho imparato tanto. Ma vedo due mali molto diffusi nell’approccio alla scrittura che io, almeno spero, credo di aver sempre rifiutato. In primo luogo la paura del conflitto. Drammaturgia è conflitto. Non bisogna sottrarsi, anzi. E’ necessario indagarlo sempre e fondo, senza arrendersi alla paura. Capire quel conflitto immaginato cosa significa per noi e perché. In secondo luogo, ma forse è ancora peggio, ho notato la tendenza di molti a rifarsi a modelli preesistenti, anche fondamentali. Ma occorre chiarire. Mai scrivere alla Tizio o alla Caio. Mai e poi mai voler scrivere il testo di qualcun altro. Se avremo fortuna saremo originali altrimenti i modelli interiorizzati si vedranno comunque in filigrana. Ma io vedo spesso un appiattimento davvero scabroso. umiliante direi. Per scrivere bisogna usare il proprio sangue, il proprio sorriso e il proprio dolore. Le proprie esperienze e i propri sogni. Bisogna vincere la paura di vivere. Occorre mettersi in gioco sapendo di poter fallire. Parlando con sceneggiatori o autori, ma anche compositori di musica, mi trovo a dover discutere di scelte basate su altre opere, su altri scritti, su idee di altri. No, questo è sbagliato. Anche eticamente. E’ volgare e sterile. Potremo fallire, sbagliare, non riuscire. Ma saremo noi. E forse, con fiducia e forza, potremo invece scrivere qualcosa di valore, a patto di usare ciò che siamo e ciò che abbiamo nelle vene. E non suggestioni altre e infatuazioni letterarie. 

    Cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

    Non so cosa aspettarmi dal futuro. Mi sembra che del teatro, come della musica e del sapere artistico in generale, importi poco. Siamo in un periodo della società della tecnica in cui l’economia è l’orizzonte morale a cui ogni uomo deve tendere. Sembra che il teatro, che da millenni è il luogo della riflessione laica e civile, non abbia più un autentico ruolo. E se è vero che il narcisismo di molti autori e artisti è colpevole, in questa fase non mi sento di dare la colpa a noi lavoratori dello spettacolo. Alla società, e in particolar modo alla politica e ai media, anche per problemi sempre più grandi in un contesto appunto solo economicistico, sembra non interessare il futuro della cultura e nemmeno il futuro degli attori, degli scenografi, dei registi e delle maestranze e dei musicisti. Mi sento esiliato dal perimetro di ciò che è importante, di ciò che è vitale. Mentre ho sempre scritto, e suonato il mio strumento in orchestra, credendo di fare qualcosa di importante per tutti, di indispensabile. Non so se sbaglio ora o sbagliavo prima. Ma non so cosa accadrà in futuro. Non ho elementi per capire se siamo in una fase che si risolverà o se il destino degli artisti è segnato, almeno per molti anni. Il teatro non è intrattenimento, che pure è importante e manca ed è lavoro per moltissimi professionisti. Ma il teatro è manifestazione della coscienza collettiva, è momento condiviso e libero. E non voglio immaginare una società in cui la tecnica può disporre della vita di tutti senza un luogo in cui questa stessa vita può essere messa in scena per cercarne il senso, se mai ve ne fosse uno, e comunque il suo continuo ricomporsi nel tempo.  

    Intervista al vincitore-Mark Erson

    Mark Erson ha vinto la prima edizione del Premio Carlo Annoni come autore del miglior testo in inglese, Marc in Venice, nel 2018. Qui di seguito una sua intervista.

    Secondo te che cosa non comprende ancora oggi il pubblico riguardo alla diversità, e quindi perché è così importante dedicare un premio drammaturgico a questo tema?

    Nonostante ci siano diversi concorsi drammaturgici a cui partecipare, non sempre si sa come verranno recepiti copioni/storie sul tema dell’omosessualità. Ci sono molti teatri negli Stati Uniti che devono preoccuparsi di come i loro finanziatori considererebbero storie del genere. Un’altra sfida del fare teatro in un sistema iper-capitalistico. Concorsi come questo danno voce a chi solitamente non ha un posto nel teatro e non vi viene celebrato. Ciò assicura lo sviluppo di nuove storie e nuove voci.

    L’anno successivo alla mia vittoria, ho scritto un copione su Leonardo da Vinci che non avrei mai scritto se non fossi stato incoraggiato dagli organizzatori del Premio. Facendolo, ho potuto conoscere la figura di Leonardo da Vinci e quale esempio rappresenti per la comunità LGBTQ. Recentemente, alcune pubblicità televisive statunitensi lo hanno rappresentato in modo poco veritiero. Un Premio come questo può inoltre aiutare la nostra comunità a reclamare e raccontare una storia che altrimenti viene nascosta e addirittura distorta.

    Ci puoi raccontare un piccolo aneddoto riguardo alla tua vittoria?

    Ho potuto raggiungere Milano per ricevere il mio premio e partecipare alla premiazione. Un punto davvero alto della mia vita. Poiché avevo scritto una storia che elevava la trama di un coming out al vivere in armonia e all’equivalente di un racconto spirituale, e poiché sono un pastore apertamente omosessuale in una parrocchia aperta alle persone LGBTQ, si è parlato più di me come pastore che di me come drammaturgo. Ma non è importante. Il mio dramma, Marc in Venice, è nato sicuramente dal mio personale viaggio spirituale e dal venire a patti con la mia propria identità.

    Che cosa ha significato per te la vittoria del Premio Carlo Annoni?

    È stata una incredibile conferma e validazione. Ho scritto un buon numero di drammi. La maggior parte sono stati auto-prodotti. Vincere mi ha mostrato come altri dessero valore a ciò che scrivevo. Da quando ho vinto sono stato più prolifico e sto scrivendo con un senso di confidenza maggiore.

    Quali consigli potresti dare ai drammaturghi rispetto alla creazione di un testo?

    Osserva la tua stessa vita per delle idee. Non dico di scrivere copioni autobiografici, ma di intravedere temi e passioni che hanno alimentato il tuo viaggio. Scrivi quello che conosci nel profondo. E gioca al “Cosa succederebbe se”. Prendi un evento o una idea di trama e inizia a chiederti: cosa succederebbe se accadesse questo o quest’altro.

    Cosa ti aspetti dal futuro, dopo la situazione mondiale che stiamo vivendo?

    Voglio credere che, come il rinascimento che avvenne dopo l’epidemia del quattordicesimo secolo, usciremo da tutto questo con nuova comprensione di ciò che è importante, di ciò che ci nutre, di cosa è essenziale per il nostro benessere. Il regalo del 2020 possa essere un rifocalizzarsi (gioco di parole) e speriamo di uscirne con una migliore comprensione di ciò che ha valore. Ovviamente, secondo me, le arti sono il cuore di questa rinascita.

    Siete curiosi di saperne di più sulle edizioni passate del Premio Drammaturgico Internazionale Carlo Annoni?

    La prima edizione del premio si è tenuta nel 2018. I testi pervenuti alla giuria sono stati 122: 100 in lingua italiana, 22 in lingua inglese. La serata di premiazione, presentata da Corrado Radovan Spanger, fondatore del Premio, si è svolta a Palazzo Reale, dove hanno presenziato il vincitore in lingua italiana, Sergio Casesi, col suo testo Zeus in Texas, il vincitore in lingua inglese, Mark Erson, con il suo Marc in Venice, nonché gli autori delle menzioni speciali Ana Fernandez Valbuena (Gazali per l’emiro), Lisa Capaccioli (Le probabilità dell’asterisco (*)), Gianni Clementi (Gino, lunedì riposo). Oltre che dal numeroso pubblico, la premiazione è stata arricchita dalla lettura di alcuni brani di Zeus in Texas a opera di Ferdinando Bruni.

    Nel 2019 invece vi è stata la seconda edizione del Premio. I testi pervenuti sono stati 689, di cui 540 in lingua inglese e 149 in lingua italiana, un numero quasi sei volte maggiore rispetto a quello del 2018. La premiazione si è svolta presso la sala delle conferenze stampa del Piccolo Teatro di Milano, in via Rovello, ed è stata caratterizzata da interventi riguardanti il teatro e i diritti civili, due tematiche che costituiscono l’anima e l’impegno del Premio Carlo Annoni. Oltre ad alcune proiezioni video di tema teatrale, sono infatti intervenute personalità importanti, rappresentanti del contesto teatrale milanese e dell’attenzione rivolta all’argomento sui diritti civili: Yuri Guaiana (Associazione Radicale Certi Diritti), Marina Gualandi (Teatro Filodrammatici di Milano), Giovanni Soresi (Piccolo Teatro). I vincitori dell’edizione 2019 sono stati Laura Fossa, con il suo testo Shalom, Bixby Elliot con il testo in lingua inglese Lincoln was faggot, infine le menzioni speciali conferite a Fortunato Calvino (Pelle di seta), Federica Cucco (Orlando), Mark Erson (The unfinished genius), Joe Gulla (Sleeping with the fish).

    La terza edizione del premio Carlo Annoni si è svolta nel 2020. Nonostante la situazione mondiale così difficile, i testi hanno visto un ulteriore aumento: ne sono arrivati 759, 70 in più rispetto al 2019, di cui 601 in lingua inglese e 158 in lingua italiana. La premiazione, presentata, come quelle precedenti, da Corrado Radovan Spanger, si è tenuta al Piccolo Teatro Grassi di Milano, come l’anno precedente, ma nel chiostro Nina Vinchi. A confermare l’impegno del Premio sull’argomento, diversi sono stati gli interventi riguardanti i diritti civili, tra cui quelli di Yuri Guaiana, Daniele Nahum (Parlamento Europeo), Pietro Vito Spina (Milano Pride), nonché il fatto che fossero presenti l’assessore alle politiche sociali e ai diritti civili Gabriele Rabaiotti e la presidente della commissione pari opportunità De Marchi Diana Alessandra del comune di Milano. Presenti anche Giovanni Soresi, Mario Cervio Gualersi (Festival Lecite/Visioni) e Andrea Ferrari (Festival Mix).

    Ad arricchire il momento, vi sono state le letture teatrali di Ferdinando Bruni, Renato Sarti, Fabrizio Caleffi e Dorothy Barresi dei testi vincitori: La resistenza negata di Fortunato Calvino, Pochos di Benedetto Sicca, Calascibetta44 di Antonio Lovascio (Menzione speciale), Aspettando Manon di Alberto Milazzo York (Menzione speciale), La peste di Sergio Casesi (Menzione speciale corti). Il testo vincitore in lingua inglese è stato Get happy di Joseph Aldous, le menzioni speciali per i testi inglesi sono state conferite a Gus Gowland e Melissa Li (Menzioni speciali musical).

    Per ulteriori informazioni, visita la sezione del sito dedicata ai vincitori del Premio Carlo Annoni.

    LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #9: We can be Genet (just for one day)

    Sono pochi gli autori che possono vantare, nella propria bacheca, un Pulitzer, un Pinter Prize, un Oscar o un Nobel. Ma quanti di loro possono dire di essere stati citati da nientemeno che David Bowie in una sua canzone? È il 1972 quando il fu Ziggy Stardust rilascia Jean Genie, singolo che anticipa l’uscita della pietra miliare del brit pop Aladdin Sane: il titolo è chiaramente ispirato a Jean Genet, drammaturgo e romanziere francese che, quell’anno, aveva messo in pausa il teatro per girare il Medio Oriente come giornalista, intervistando addirittura Yasser Arafat in Giordania.

    Spirito ribelle di quegli anni, impossibile da comprimere in una definizione che non sia quella di genio che le definizioni le trascende: è una descrizione che si adatta al maestro delle parole parigino quanto al Duca Bianco. Bowie quel soprannome se lo era guadagnato con la sua scalata sull’Olimpo della black music, con il suo rock targato Brixton, ma infuso dell’energia di Ray Charles, James Brown, Stevie Wonder. E mentre la RCA cercava di accaparrarsi l’esclusiva sul nuovo pezzo del Duca, Genet si trovava a pochi chilometri dalla sede di New York, invitato negli States dai Black Panther come testimone dalla penna affilata delle lotte di quegli anni.

    Jean Genet.

    Come Koltès, anche Genet si schierava dalla parte degli ultimi, senza ritenersi tale nonostante le oppressioni subite per la sua sessualità. Nell’opera Lès Nègres, il francese percorre al contrario il trasformismo di Bowie, chiedendo che gli attori neri si dipingessero il volto di bianco e che almeno uno tra gli spettatori accettasse di fare lo stesso se il pubblico fosse stato di soli neri. Il travestimento è l’elisir del teatro di Genet: ne Le serve, egli chiede che le due protagoniste siano interpretate da giovani uomini travestiti. 

    Complice una vita travagliata, tra le origini più che umili, l’arresto per omosessualità e la dipartita precoce del suo amato, Genet sviluppa un palato finissimo per l’amarezza del mondo. La crudeltà si cela ovunque, nei giochi di potere dell’individuo e della società e l’unico modo per rappresentarla a teatro è con la finzione che esso offre: teatro nel teatro, in cui il travestimento assurge a strumento per agire la disparità e il sadismo che produce. L’omosessualità stessa gioca un ruolo preponderante, diventando spesso la maschera degli stessi rapporti di dominazione che l’autore denunciava.

    Se pensiamo ai vestiti di piume e brillantini di Bowie, prima del primo coming out come etero che la storia ricordi, ci sembra che le immagini dei due artisti si sovrappongano. Destini intrecciati in una perenne fuga da identità sociali, sessuali, demografiche, che culminano con l’epilogo che accomuna l’umanità: il Duca a 69 anni, Genet a 75, ma mantenendo la stessa vena di incendiario (dalla parte dei buoni) della sua gioventù. Ed ecco quindi la nona sfida per i partecipanti del Premio Carlo Annoni: provate a immaginare il vostro testo come se fosse musica. Come vorreste che suonasse?

    LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #8: Ode ai Maestri

    Oggi vogliamo parlarvi di un grande autore, noto al pubblico per la sua personalità eccentrica, uno spiccato gusto per la comicità controversa e, soprattutto, un inconfondibile ciuffo voluminoso biondo rossiccio che è diventato l’icona del suo stile. No, non preoccupatevi: non è mai stato Presidente degli Stati Uniti d’America. Stiamo parlando di Alan Bennett, drammaturgo, attore e sceneggiatore inglese.

    Classe 1934, è del 1960 la sua prima opera di successo: Beyond the Fringe, una serie di sketch di teatro leggero dai toni parodistici che a chi ha qualche capello grigio, ricorda il genere della rivista. È qui che il commediografo inglese inizia a farsi la fama di mina vagante, caricaturando le autorità del tempo sul palco e demolendole a suon di risate. 

    L’inizio dell’ascesa di un autore che dimostrerà più volte di non temere di essere frainteso o di risultare offensivo: se ne avrà la prova in The History Boys, scritto ben mezzo secolo dopo Beyond the Fringe, nel 2004. Il ciuffo biondo si è sbiancato, ma lo smalto rimane: l’opera gode di un successo internazionale, sbarcando in Italia e diventando uno dei classici dell’Elfo Puccini, grazie alla regia della coppia Bruni/De Capitani.

    Alan Bennett.

    Otto studenti, candidati all’ammissione nei più prestigiosi atenei del Regno Unito, si confrontano con un preside che ritiene la loro accettazione nelle migliori università il maggiore attestato di prestigio per la sua scuola. Pertanto, deciso a non lasciarsi sfuggire l’occasione, assume un nuovo insegnante che prepari i ragazzi per i test: Irwin, che come il più anziano collega Hector si scoprirà essere omosessuale e provare attrazione verso i suoi studenti.

    In una trama minimalista, che gioca più con la spensieratezza che con la provocazione, emerge uno dei topos della letteratura omosessuale: la figura del precettore. Un fil rouge che va dai componimenti omoerotici per gli efebi della Grecia Antica fino alle tesi di Mario Mieli, ingiustamente accusato di pedofilia quando elogiava il fanciullo come creatura libera, ancora non sottoposta alle pressioni di una società che inculca l’eterosessualità con la forza. Hector si oppone all’educazione dogmatica che permette di incrementare i punteggi nelle graduatorie universitarie, spingendo i ragazzi ad aprire la propria mente invece che rincorrere trofei inutili.

    Tutto questo ci fa riflettere su un’epoca in cui a fare le spese di pandemia e crisi economica ci sono stati anche l’educazione e i diritti civili. Scuole chiuse, cultura ostracizzata e ulteriore carica alla smania di guadagno vengono promossi come motore per uscire dal fango in cui riversa la società. Ecco quindi l’ottava sfida per i partecipanti al Premio Carlo Annoni: quando i vostri personaggi affondano nei loro problemi, chi è che li aiuta a riemergere?

    LGBTheater – Storie dal sipario arcobaleno #7: Ulisse in Italia

    Come a Ulisse ci sono voluti vent’anni per tornare a Itaca, a noi sono serviti sette episodi per tornare in Italia. Non perché sia passato più tempo che altrove per veder svettare il tricolore accanto alla bandiera arcobaleno, ma perché eravamo indecisi su chi fosse stato il primo a issarlo in maniera convincente.

    Con un’indispensabile menzione a Pier Paolo Pasolini e Mario Mieli, abbiamo deciso di parlare di uno degli autori italiani più controversi dello scorso secolo: Giovanni Testori.

    Giovanni Testori (foto di Valerio Soffientini)

    Testori nasce, come Sarah Kane, in una famiglia profondamente religiosa, che lo instrada verso il fascismo. Negli anni della guerra collabora con i Gruppi Universitari Fascisti e si appassiona di storia dell’arte, iniziando a dipingere. La sua vera identità di omosessuale incastrato in un mondo repressivo viene fuori dall’amicizia col regista Luchino Visconti, gay anche lui.

    Sono gli anni in cui Testori narra i sobborghi di Milano, scrivendo i racconti che poi entreranno nella raccolta Il ponte della Ghisolfa. L’Arialda, ambientato nella periferia meneghina, è il primo caso in Italia di un’opera con una relazione omosessuale frutto dell’amore e non della perversione, associata alla comunità LGBT+ dalla mentalità (demo)cristiana dominante. Tanto bastò per portare in tribunale lui e il regista milanese, che ne aveva curato la versione cinematografica.

    Il genio è come una pompa da giardino: più si prova a otturare il flusso, più forte spingerà l’acqua per uscire, trovando sempre uno spiraglio. È il caso di un secondo sodalizio, quello con Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah: la seconda è direttrice artistica del teatro oggi intitolato al primo. Lì Testori portò in scena la Trilogia degli Scarrozzanti, a cominciare dalla riscrittura Ambleto. In un finto creolo franco-lombardo seicentesco, l’autore stravolge la trama del bardo, inserendo anche qui relazioni omosessuali, ma stavolta in chiave surreale e tragicomica à la Copi.

    Dopo il fascismo, la malavita milanese e l’omosessualità, Testori ritorna infine alle origini: la Chiesa cattolica, alla quale viene avvicinato da Comunione e Liberazione. Sono gli anni della depressione dopo la morte della madre, in cui il drammaturgo narra il bisogno di conforto, che ora sente universale. nelle sue ultime opere: drammi religiosi, non diversi da quelli di Jacopone da Todi, ma permeati del suo gioco in cui il confine tra teatro e realtà sfuma progressivamente.

    Testori muore nel 1993. Come Ulisse, che prima di rivedere Itaca passò per maghe e sirene, l’aedo del ‘900 circumnavigò ogni ambito del pensiero e dell’espressione umana, sospeso tra le due forze opposte della libertà sessuale e individuale e del senso di colpa cattolico. Giungiamo così alla settima sfida per i partecipanti del Premio Carlo Annoni: quand’è che, per un autore, è tempo di sperimentare nel suo teatro?